Pèso el tacòn del buso

A inizio 2014, il governo Letta-Berlusconi scricchiolava. Già: Letta, il nipote, quello del PD, aveva fatto un governo “di responsabilità” con Berlusconi. Ma le cose non andavano benissimo, il Paese mormorava e, per di più, le elezioni europee erano alle porte.

E Napolitano certamente non voleva “fare brutta figura” in Europa.

Chiamò Renzi al Colle per consegnargli il Paese. Era chiaramente una mossa disperata, l’ultimo tentativo di difendere l’ancien régime. Renzi prese subito la situazione di petto, allungò banconote da 80 Euro a destra e a manca e prese il 41% alle Europee.

Oggi è chiaro a tutti, spero, che fu pèso el tacòn del buso (peggio la toppa del buco).

E su Facebook torneranno i gattini

Con il cambio nel feed del sito blu, i giornali che pensano di poter continuare a produrre “contenuti” di bassa qualità un tanto al kg sono fottuti. E su Facebook torneranno i gattini.

Difficile dirlo meglio:

Google and Facebook have already eaten the digital advertising industry; now Facebook will even stop providing many of the sad pageviews that trigger the sad adtech that triggers the sad remnant display ad.

Preparatevi a tanti gattini, foto dei piedi in spiaggia e simili cazzate. Per le notizie vere c’è la BBC. Per analisi un po’ serie, il New York Times, Le Monde o The Economist.

Per un po’ di rissa politica e le foto delle fidanzate dei calciatori, leggi i giornali italiani.

Coming soon

Amici, pidioti, sinistri, tecnopaninari, carampane e femmine che vanno alle “girl geek dinner” milanesi, neanche fossero state compagne di tecno-sesso selvaggio e sperimentale con Larry e Sergey a Stanford o al Burning Man, quando in realtà fanno le venditrici di banner…

Ops, forse avrei potuto scriverla meglio, la captatio benevolentiae…

Volevo annunciarvi che scriverò un altro libricino.

(rullo di tamburi)

Più importante, questa volta, delle cazzate che ho scritto finora.

Perché, tutto sommato, non me ne fotte una beata minchia che un’azienda voglia buttare nel cesso milioni da dare “ai ragazzi” (quarantenni) che si occupano “di Internet” o quello che rimane a fine anno del budget alla gnocca di turno (o supposta tale) che si occupa “dei sosciàl”.

E’ molto più grave, invece, quando soccombono alla moda del momento e al giovanilismo imperante i giornalisti o le amministrazioni pubbliche, che siano il Comune di Milano o l’Ajuntament de Barcelona cambia poco.

Non mancherò di rompervi il cazzo (volevo dire, tenervi aggiornati) su come procederà la stesura del lavoro.

Bacio le mani.

Il libro è pronto: L’ideologia di Internet.

In prevendita in inglese: The Internet Ideology.

Lev Tolstoj su Facebook

Lev Tolstoj su Facebook, nel 1882:

« (…) Allora noi tutti eravamo convinti di dover parlare, scrivere e pubblicare il più possibile e il più in fretta possibile, perché ciò era necessario per il bene dell’umanità. E cosi noi – ed eravamo migliaia – rinnegandoci e insultandoci a vicenda, non facevamo altro che scrivere, pubblicare e ammaestrare gli altri. E senza renderci conto del fatto che non sapevamo nulla e che non eravamo neppure in grado di rispondere alla domanda più semplice posta dalla vita, vale a dire cosa sia il bene e cosa il male, parlavamo tutti insieme, contemporaneamente, senza neppure ascoltarci tra noi, ogni tanto incoraggiandoci e lodandoci a vicenda per venire noi stessi incoraggiati e lodati, ogni tanto stuzzicandoci e insultandoci reciprocamente, proprio come accade in un manicomio.

Migliaia di persone lavoravano giorno e notte, con tutte le loro forze, a comporre e a stampare milioni di parole che poi la posta diffondeva per tutta la Russia, e noi continuavamo incessantemente a insegnare, senza mai riuscire a insegnare tutto, e sempre più irritati di non venire ascoltati abbastanza.

Era una cosa assurda, ma che ora mi è perfettamente chiara. La nostra più intima e autentica aspirazione era quella di ricevere quanto più denaro e lodi fosse possibile, e per raggiungere questo fine non sapevamo far altro che scrivere libri e articoli per i giornali. E questo appunto facevamo. Ma per poterci dedicare a un’opera così inutile e avere al tempo stesso la convinzione di essere molto importanti, ci era anche indispensabile un qualche principio che giustificasse la nostra attività. E così l‘individuammo in questo: tutto ciò che è reale è razionale e si evolve; il mezzo di tale evoluzione e l’istruzione e l’istruzione si misura in base al grado di diffusione di libri e di giornali. E noi venivamo pagati e rispettati perché scrivevamo libri e giornali, e quindi eravamo gli individui più utili, i migliori. Questo ragionamento sarebbe stato irrefutabile se la concordia avesse regnato tra di noi, ma il fatto che a un qualsiasi pensiero espresso da uno se ne contrapponesse subito un altro, diametralmente opposto, avrebbe dovuto indurci a riflettere. Ma noi di questo non ci curavamo: venivamo pagati per scrivere, quelli del nostro partito ci lodavano e quindi ognuno di noi si sentiva nel giusto.

Ora mi è chiaro che non c’era nessuna differenza tra la nostra congrega e un manicomio; anche allora lo intuivo oscuramente, ma – come fanno i pazzi – definivo pazzi tutti gli altri, eccetto me stesso.»

– Lev Tolstoj, La Confessione