Breve analisi di Facebook

Ho fatto una breve analisi di Facebook. Per la precisione, delle bacheche di Facebook di due amici di cui non leggevo nulla da mesi. Inizio dal primo, piddino: almeno 3 o 4 post contro Salvini tutti i giorni. Alcuni hanno anche senso, intendiamoci. Mi chiedo, però, se il risultato finale per il lettore sia quello voluto o il contrario di quello voluto.

Me lo chiedo davvero, perché errori del genere ne hanno fatti anche professionisti della comunicazione di alto livello, tipo il New York Times con Trump.

Passo alla bacheca di un amico che sta col M5S. Primo post: il manuale del perfetto piddino.

Chiudo Facebook.

Fallo anche tu.

Per sempre, intendo.

Pubblicità e politica su Facebook

Ovviamente questi dati non parlano da soli (come non lo fanno mai).

Però non ho mai visto così tanti dati.

Su Trump e la Russia, ad esempio, io di dati seri ne ho visti ben pochi.

Podemos ha speso un terzo delle spese pubblicitarie totali della campagna su Facebook: ben 1,5 milioni di Euro su 4,5, e la metà negli ultimi 3 giorni. Non sono andati bene.

I grandi sconfitti del PP hanno speso quasi 800 mila Euro su Facebook.

All’estremo opposto, il PSOE ha speso solo 90 mila Euro su Facebook su un totale di 14,5 milioni di Euro per tutta la pubblicità elettorale. E hanno stravinto.

Hanno speso poco su Facebook e sono andati bene anche ERC, JxC, PNV.

Interessante anche che i due partiti di destra, C’s e PP, hanno fatto migliaia di annunci. Quelli di C’s, gli unici ad aver speso tanto ed essere andati bene, anche ingannevoli.

Chi pensa che Facebook (e il web) non sia un buon strumento pubblicitario e sia invece un ottimo strumento per manipolare le persone certo non verrà smentito da questi dati.

Cosa vuol dire digitale

Abbiamo già detto che la pubblicità digitale non esiste.

Quel digitale non è una caratteristica della pubblicità in sé, come potrebbe essere pubblicità aggressiva, ripetitiva, oppure creativa. E non è neppure un metodo di produzione della pubblicità, perché oggi tutto viene prodotto in modo digitale.

L’unica cosa digitale della pubblicità digitale è il metodo di inserzione degli annunci.

Digitale vuol dire: inserzione digitale.

C’è un sistema automatizzato che mette le pubblicità non dove le vorrebbe davvero mettere l’inserzionista e/o l’editore, ma dove c’è posto e di fronte agli occhi di quelle persone per le quali quella pubblicità è quella che ha il bid più alto.

È un sistema efficiente di piazzamento delle pubblicità negli spazi pubblicitari.

Efficienza vs efficacia

Ora, se sei il venditore di questi spazi pubblicitari, mi pare evidente che tu possa essere entusiasta di un sistema così efficiente di matching di spazi e inserzionisti.

Garantisce che non ci saranno mai spazi vuoti, ma non molto di più.

Ma se sei un inserzionista non preferiresti uno spazio pubblicitario efficace, o almeno più efficace del banner, il formato meno efficace della storia della pubblicità?

Che benefici hai se altri, i venditori, hanno creato un sistema di vendita efficiente?

Elogio dell’inefficienza

Ti chiedi mai perché sono stati forzati a creare un sistema di vendita efficiente?

Chi vendeva spazi pubblicitari efficaci o ritenuti tali, e quindi di conseguenza costosi, poteva benissimo supportare i costi di un sistema di vendita non efficiente.

A volte questa relativa inefficienza poteva addirittura rendere gli spazi più efficaci.

Il fatto che fosse difficile per aziende sconosciute andare in televisione oppure comprare l’ultima pagina di pubblicità di un grande quotidiano garantiva che il fatto stesso di essere presente su quel medium o in quella posizione fosse in un certo senso una garanzia.

Se sono lì, è perché sono grandi, hanno una struttura, hanno soldi da spendere. E ci saranno un domani, se dovessi avere problemi col loro prodotto o servizio, si spera.

Efficienti per necessità

Se invece hai spazi pubblicitari nuovi, poco efficaci o che costano poco per singolo spazio, devi inventarti un modo molto diverso, agile ed efficiente di venderli.

Devi necessariamente aprirti a migliaia e migliaia di nuovi piccoli inserzionisti che in televisione o sui giornali non investivano. E devi automatizzare il tutto.

Funziona per chi vende, meno per chi compra. In primis, perché se è poco efficace, non diventa efficace solo perché è efficiente da vendere o da comprare.

In secondo luogo, perché il consumatore che vede questi banner sa che averli comprati non implica più essere una grande azienda con grandi budget.

Infine, se le pubblicità non sono viste da tutti, ma ognuno ne vede di diverse a seconda del proprio profilo, non è più pubblicità. È direct marketing.

Efficiente da vendere. A volte utile e altre no come come direct marketing, per chi compra. Ma mai uno strumento di creazione di marca, per nessuno.

È e rimane uno strumento uno strumento povero, con cui è difficile far passare messaggi, che chiunque può comprare e con creatività, proprie e altrui, terribili.

Dizionario della nuova Niu Economi

Ecco il dizionario della nuova Niu Economi:

App: quelle icone colorate che clicchi sul telefono.

Cloud: il moderno refugium peccatorum.

Facebook: dove scrivono cazzate i tuoi amici.

Gamification: idea secondo la quale la vita è una raccolta a punti.

Instagram: il social network di chi avrebbe voluto fare il fotografo.

Monopoli: concentrazione di potere economico che una volta era vietata.

On demand: caporalato via app.

Privacy: scordatela.

Profitti: scordateli.

Pubblicità: quella roba fastidiosa che ti segue in giro per il web per settimane.

Sharing economy: i poveri affittano il poco che hanno ai ricchi.

Smart city: una roba che fa figo e regaliamo i dati dei cittadini alle grandi aziende.

Social network: una valida alternativa alla noiosa vita di ufficio (anche: social notwork)

Televisione: quella roba che guardi su Netflix con l’iPad.

Twitter: dove scrivono cazzate i VIP (di cui vorresti essere amico).

 

Vedi anche: L’ideologia di Internet: Dalla A di App alla Z di Zipcar

Salvare Firefox

Il nuovo Firefox è ottimo, molto bello e molto veloce.

Unica pecca, i bookmark, fatti meno bene che su Chrome.

Firefox, però, sta morendo, come sta morendo tutto il web.

Strangolato da Chrome e da Chrome come default su Android.

È ormai sotto il 10% sul desktop, con Chrome che va verso il 70%.

Mobile

Non esiste su mobile, nonostante l’interessante Firefox Focus.

Firefox OS ha perso e chi controlla le piattaforme mobili vince.

Chrome 60%, Safari 20% e il browser di Samsung che va verso il 7%!

Presto avremo Chrome al 50%, Safari al 20% e Samsung al 20%.

I “nativi digitali” usano quello che trovano senza farsi domande.

Pubblicità digitale

La pubblicità digitale non esiste. O è pubblicità o non lo è.

E quasi tutta la cosiddetta pubblicità digitale non lo è.

È direct marketing, e di basso livello, come sosteniamo da tempo.

Quell’aggettivo, digitale, non ci dice nulla della pubblicità in sé.

Non è come dire scarpe di cuoio, scarpe casual o scarpe da pallavolo.

Quel digitale non ci parla neppure del modo in cui viene prodotta.

Anche una pubblicità in bianco e nero su un giornale è oggi digitale.

E gli spot non vengono consegnati alle televisioni su dei nastri.

Quel digitale ci parla solo del metodo di somministrazione (delivery).

Ha senso parlare di pubblicità cartacea perché stampata su carta?

Paragonare i cartelloni 6×3 e la pubblicità su The Economist?

La pubblicità patinata su una rivista di moda e il volantinaggio?

Certo, sono tutte azioni fatte su supporto cartaceo. E allora?

Venti anni fa quell’aggettivo, digitale, faceva sorridere.

Venti anni fa nessuno la voleva, la cosiddetta pubblicità digitale.

Oggi è di moda, e le affissioni esterne sono vendute per digitali.

C’è un solo problema: sarà anche digitale, ma non è più pubblicità.

Se un messaggio lo mostro solo a pochi, è direct marketing.

A me mostrano un messaggio e a te ne mostreranno un altro.

Quel modo di delivery è proprio ciò che fa sì che non sia più pubblicità.

Vedi anche: Cosa vuol dire digitale