Ciao RageBoy

Apprendo dal blog di Doc Searls che ci ha lasciati Chris Locke.

RageBoy era il più strano, il più viscerale e il più originale dei quattro.

John, senza dubbio.

Il mio idolo, dei quattro, e l’ispirazione per le prime newsletter dot-coma. Quello che ho continuato a leggere ben dopo che ho capito che The Cluetrain Manifesto era solo un sogno dal quale ci siamo svegliati in un incubo di invasione della privacy e mega-monopoli.

Che la terra ti sia lieve.

Que tinguis sort

Mi ha consegnato le chiavi il figlio del proprietario, uno di sedici o diciassette anni.

Posso darti un consiglio? —- gli ho chiesto.

Pensa bene a cosa fare quando finisci il liceo.

Se ti fa orrore l’idea di una vita in ufficio, inventati un’altra strada.

Se non vuoi lavorare in un posto con centinaia o migliaia di dipendenti, idem.

Se non vuoi vivere in una grande città, scegli qualcosa che puoi fare altrove.

Avrei potuto continuare…

Non fumare. Non bere. Non mangiare cazzate. Ricordati che si mangia per vivere, non si vive per mangiare. Cerca di fare del movimento tutti i giorni.

Non fare mai come fanno gli altri, a meno che tu sia d’accordo.

Tutto sembra indicare che è una stronzata, ma se vuoi sposarti, scegli bene.
Scegline una che ha almeno due delle seguenti caratteristiche:

– illumina la stanza quando entra
– è un’anima gentile
– è intelligente
– vi capite al volo

Tutte le volte che il tuo corpo ti dice che qualcosa non va bene, ascoltalo.
Ricordati che il cervello non capisce un cazzo, mentre il corpo sa tutto.

Que tinguis sort.

Il fallimento dei blog

No, non intendo il fallimento della cosiddetta blogosfera, fra ridicole classifiche, sedicenti blogstar, gente che scriveva per essere indicizzata e gente che si vendeva per due lire o un tramezzino, come diceva il buon Metitieri. Quello lo davo per scontato.

Né il sorpasso da parte dei social media, l’orribile sito blu in particolare, con il passaggio da un mondo in cui scrivono pochissimi, i giornalisti, a un mondo in cui scrivono i pochi che vogliono mettere su un blog a un mondo in cui scrivono tutti, purtroppo.

Intendo proprio il fallimento a livello di software, con WordPress che è diventato troppo complicato e nessuno che prova a prendere il posto di WordPress perché non ne vale la pena: i blog non sono più iperindicizzati come prima, e i feed RSS non se li incula nessuno.

Oggi un blog non ha più senso, stretto a morte fra cinguettii, cagate di chiunque sia annoiato in ufficio sull’orribile sito blu e le newsletter — che quelle sì, se scritte bene e con passione quelle possono arrivare dove conta, altro che gli RSS nel tuo feed reader…

Oggi un “blog” è poco più che un archivio personale sul web delle tue newsletter.

Ti ricordi i blog?

No, intendo dire: Ti ricordi i blog prima che diventassero meri ripetitori della visione del mondo che ci veniva prima suggerita e poi sempre più imposta dalla Silicon Valley?

Poi uno dei primi blogger si mise addirittura a seguire un sacco conferenze in giro per il mondo, per raccontarci in diretta cosa dovevamo pensare riguardo al futuro.

Ti ricordi i blog prima che diventassero dei meri siti verticali (vortals, LOL) powered by WordPress da riempire con “contenuti” per poi metterci sopra dei banner?

Ti ricordi i blog prima che diventassero l’ennesima gara italiana a chi ce l’aveva più lungo, a chi aveva più visitatori, più share, neanche fossimo stati in televisione?

Ti ricordi i blog quando ancora ci si chiamava per il nome del blog eppure nessuno di noi pensava di star facendo un esercizio di personal branding? Bei tempi.

Jorge

George gioca a baseball nella squadra della sua high school a New York. Mentre i suoi amici pensano a dove andare a studiare al college, George ha altri piani.

Finita la scuola, e contro il parere dei suoi genitori, decide che bisogna vivere un po’ e che vuole realizzare il suo sogno di guadagnarsi la vita giocando a baseball.

George sa di potercela fare, se si accontenta. Mette insieme un borsone e salta su un autobus. Ben 45 ore, direzione Messico, dove verrà subito ribattezzato Jorge.

George è oggi un pubblicitario di sessanta e qualche anno, che se la deve vedere ogni giorno coi gggiovani che sanno tutto perché hanno tanti follower su Instagram.

Il suo blog, fatto di post sulla pubblicità, su New York, sulla vita, su quella stagione in Messico e sulle notti insonni passate a Saltillo è il più bel blog che io abbia mai trovato.

Coming soon

Amici, pidioti, sinistri, tecnopaninari, carampane e femmine che vanno alle “girl geek dinner” milanesi, neanche fossero state compagne di tecno-sesso selvaggio e sperimentale con Larry e Sergey a Stanford o al Burning Man, quando in realtà fanno le venditrici di banner…

Ops, forse avrei potuto scriverla meglio, la captatio benevolentiae…

Volevo annunciarvi che scriverò un altro libricino.

(rullo di tamburi)

Più importante, questa volta, delle cazzate che ho scritto finora.

Perché, tutto sommato, non me ne fotte una beata minchia che un’azienda voglia buttare nel cesso milioni da dare “ai ragazzi” (quarantenni) che si occupano “di Internet” o quello che rimane a fine anno del budget alla gnocca di turno (o supposta tale) che si occupa “dei sosciàl”.

E’ molto più grave, invece, quando soccombono alla moda del momento e al giovanilismo imperante i giornalisti o le amministrazioni pubbliche, che siano il Comune di Milano o l’Ajuntament de Barcelona cambia poco.

Non mancherò di rompervi il cazzo (volevo dire, tenervi aggiornati) su come procederà la stesura del lavoro.

Bacio le mani.

Il libro è pronto: L’ideologia di Internet.

In prevendita in inglese: The Internet Ideology.

Getting Better

Meglio scrivo, e meno mi leggete.

Meno mi leggete, e più mi sento libero.

Più mi sento libero, e meglio scrivo.

So che è pieno di blogger che hanno fatto il percorso opposto.

Per vendere le loro audience.

Sono quelli che fanno gli influencer.

Vendono marchette, insomma.

Io mi chiedo, felice: arriveremo, un giorno, a dotcoma zero?