Salvini vince comunque

In tanti hanno pensato, durante questa strana crisi di governo agostana, che il caldo fosse andato alla testa a Salvini. Feltri ha parlato addirittura de l’ora del coglione.

Quindi: Salvini è davvero così scemo? No. Ed è la domanda a essere sbagliata.

La domanda giusta dovrebbe essere: Salvini è davvero così astuto?

Prima si è attaccato al carro del M5S e ha invertito il risultato elettorale, raddoppiando, alle europee, il risultato già eccezionale ottenuto alle politiche di un anno prima.

Una volta esaurito il bacino di voti prosciugabili, e in vista di una legge finanziaria che probabilmente non vuole fare, ha staccato la spina. Perché Salvini vince comunque.

Se si va a votare, non vince da solo e neppure con l’appoggio della Meloni e avrà bisogno del vecchio Caimano, ma vince comunque. Se vanno al governo gli altri, stravince.

E gli altri, i ciula gialli e i pidioti, faranno di tutto perché stravinca.

Come fare del tutto a meno di Google

Sto giocando da tre settimane con un Samsung Galaxy S7 ricondizionato che ho comprato con già installato /e/. Solo una rom alternativa di Android, come continua a ripetermi Paolo. La più grande minaccia a Google che io abbia mai visto, controbatto io.

Apple è un competitor, ma al tempo stesso prende 9 miliardi di dollari all’anno da Google per mantenere Google Search come il motore di ricerca di default in Safari.

Quello di /e/ Foundation per ora è un progetto piccolo, ma è un qualcosa di totalmente diverso. Non ho più una singola app di Google. Scarico le app open source da F-Droid.

Come browser uso quello di DuckDuckGo e quello di /e/, una versione di Bromite. Per le email uso Tutanota. Uso NewPipe al posto di YouTube e Feeder al posto di Feedly.

Note, calendario e contatti li posso salvare nel cloud, il famoso computer di qualcun altro, con una installazione di Nextcloud, open source, gestita direttamente da /e/.

Le App Commerciali

Rimaneva il problema, per nulla banale, delle app commerciali. Facilissime da scaricare usando Aurora Store, ma che comunque ponevano seri problemi di privacy.

Perché la cosa curiosa è che le app di Google non sono piene di tracker. Google sa tutto di tutti con pochi tracker nelle loro app e tracker presenti in 4 siti web su 5.

E Google è gestita da persone serie, al contrario di Facebook, solo per fare un esempio. O al contrario della maggioranza delle altre mille e passa aziende che ci tracciano…

Questi piccoli fanno il lavoro sporco e svendono i tuoi dati per due lire a chi li userà per comprare monnezza, ehm, banner targettizzati, attraverso Google.

Questi piccoli o non tanto piccoli, tipo car2go, vanno eliminati. Se hanno una buona interfaccia mobile, li si usano dal browser, altrimenti si smette di usarli e amen.

Shelter From the Storm

E rimaneva, soprattutto, il problema di Whatsapp. Difficile farne a meno, ma peggio della gramigna. Whatsapp si copia TUTTE le info dei contatti Gmail che hai sul telefono, comprese eventuali note che sicuramente avresti dovuto salvare da un’altra parte.

Con Shelter, però, puoi creare un secondo profilo (un profilo “work”) sul tuo telefono e quindi puoi “isolare” le app che scegli di installare in questo secondo profilo.

È un po’ la stessa idea di Facebook Container, anche se, a dire il vero, Firefox ti consente di creare tutti i container che vuoi, mentre con Shelter hai semplicemente due profili.

Da qui la domanda: meglio mettere tutte le app che mi servono ma che hanno dei tracker nel secondo profilo, col rischio però che qualcuna di queste app si porti a casa anche i dati delle altre, oppure meglio metterci solo Whatsapp e un file ridotto con pochi contatti e poche info su questi contatti? Una volta risolto il rebus, si passa definitivamente a /e/! :-)

Il voto no

In questa semi-democrazia sotto tutela — e dove, tra l’altro, non si capisce bene che titolo abbiano i tutelanti — sembra che si debba a tutti i costi evitare un ritorno al voto.

Perché il Parlamento può esprimere un altro governo. Forse. E di nuovo fra forze che hanno poco in comune, anche meno in comune rispetto a quelli che sono durati 15 mesi.

A seconda di quanto uno è più o meno ottimista, si potrebbe dire i tutelanti sostengano che non si debba andare al voto perché hanno paura dell’uomo nero, o verde, di turno.

Al quale, peraltro, finiranno per fare un favore. Non vincerà adesso, se non si andrà a votare, ma vincerà fra quattro anni, perché non si può rimandare per sempre.

Oppure perché credono davvero in una democrazia puramente parlamentare che a dire il vero da un quarto di secolo c’è solo sulla Carta, e che avrebbero voluto cancellare.

O, più semplicemente, perché gli attuali parlamentari preferiscono trovare una soluzione mentre sono loro, e non altri, a ricevere un ricco stipendio e fin troppi onori.

Pop-up Ads and Banner Ads

About twenty years ago, pop-up ads were all the rage.

Banner ads had failed to deliver clicks. The very first banner ad, placed on HotWired, Wired’s first web magazine, had a staggering click-through rate of 44%.

Everybody was absolutely sure that they had found the right formula. For reasons nobody cared to explain, consumers apparently loved to interact with online ads.

That’s why they had gone online in the first place, wasn’t it? They bought new computers, clunky modems and paid an internet subscription to… see more ads.

It was off to the races. Just about everybody and your uncle crafted business plans centred around showing more banner ads to consumers, also called eyeballs.

As it turned out, the first AT&T banner ad on HotWired was a fluke. People had not changed, like they rarely do. They were clicking just out of mere curiosity.

Pop-up Ads

As curiosity died out, click-through rates plummeted. For a brief season, pop-up ads seemed to be the solution. Click rates were high and everybody got excited.

And why not? Those things were a thing of beauty, weren’t they? ;-)

Once the eyeballs stopped clicking came new ideas, like pop-under ads, fake “close” boxes, or ads that moved around the screen and would not let your mouse close them…

Then came Google

Opera, a small niche browser from Norway, started adding tools to block pop-up ads. But Microsoft’s then dominant Internet Explorer browser would have none of it.

Google had just launched Adwords, their textual ads placed above search engine results. Pop-up ads were in the same market: ugly, no doubt, but they delivered clicks.

In a brilliant move, Google created Google Toolbar, an add-on to IE that blocked pop-up ads. This allowed them to kill off the competition coming from pop-up ads, play nice guy towards users who were sick of the constant interruptions, place their logo in front of millions of users and softly push them to use their search engine more often.

How is this relevant today?

Today, reputable news outlets are seeing marketing budgets move towards small websites that produce questionable content — most of it bullshit — because a set of ad-tech technologies known as programmatic advertising are allowing marketers to target users that read serious newspapers on those websites, at much cheaper prices.

It’s almost 2020, and it’s high time for newspapers to pull a trick like Google did.

[ to be continued… ]

Intent, context and identity

I found this interesting article by Don Marti about privacy and what would happen to marketing budgets the day users’ privacy were respected at long last.

I like how Don classifies ads in three groups: ads against search results, based on intent; contextual ads based on content, which can be thought of as similar to ads on magazines; and ads based on identity, on who the user is. These ads are bought wherever it is cheaper to buy them, and they are indeed very similar to direct mail spam.

All fine, except that there’s a missing variable: the format of the ads.

Ads on search engines are textual. They were presented as a form of direct marketing based on intent from the very start, as the yellow pages of the Internet, if you wish, and they perform very well for both those who sell them and those who buy them.

Banners

Banner ads, on the other hand, have been a mess for a quarter of a century.

They were never presented as the new form of magazines ads, and for good reason. The format is small and terrible, and it is very hard to use banner ads to get a message through. To make things worse, creativity has always been an afterthought at best.

Click rates were very high on the very first banner ads, starting with the one that appeared on Wired in 1994. This led to the very wrong idea that Internet users were so interested in companies and their offers that they would want to interact with these ads.

Hence, the IAB.

No, not the Internet Advertising Bureau, but the Interactive Advertising Bureau.

Too bad that today that interaction can be measured in little more than a click every thousand impressions, or about 1/50th of what the click rate for search engine ads is.

Ad-tech

Banner ads are the biggest failure of the Internet, ever. This is why ad-tech companies have been able to sneak in and track our every move to try to sell a terrible format.

Privacy-enabling tools are a great step forward to limit the data collection abuse and the flight of marketing budgets from legitimate websites to nobody knows where.

But I doubt we will be able to win this battle unless we undo the mistake that opened the way for ad-tech companies. The banner ad format is a failure and it must go.

400 Years

Nel 1973, Bob Marley scrisse 400 Years: quattrocento anni di schiavitù degli Africani, deportati in giro per il mondo, non solo nelle Americhe, e ridotti in schiavitù.

Adesso ci arriva anche The New York Times, che retrodata la vera nascita degli Stati Uniti dal 1620, quando i Pilgrim Fathers arrivarono a Plymouth, Massachusetts, al 1619.

Nel 1619 arrivò sull’altra sponda dell’Oceano Atlantico la prima nave con venti o forse trenta schiavi a bordo, in Virginia, dove c’era già una colonia inglese fin dal 1607.

La storia, come noto, la scrivono quasi sempre i vincitori. Nel caso degli Stati Uniti, stiamo parlando dei vincitori della Guerra Civile — ovvero degli Stati del Nord, antischiavisti. Penso sia per questo che nell’immaginario collettivo americano gli Stati Uniti siano nati nel 1620 a Plymouth, Massachusetts e non nel 1607 a Jamestown, Virginia.

1619

Ogni tanto, però, la storia la scrivono anche i perdenti, o qualcuno per loro. Non tanto i sudisti, felici di insabbiare il loro esperimento basato sulla schiavitù e contenti di continuare con un apartheid di fatto fino ai tempi della guerra del Vietnam, ma i perdenti veri, quelli che persero tutto, compresi i loro cognomi, ovvero gli schiavi.

Quattrocento anni fa, il mese di agosto, arrivò una nave cha cambiò la storia. Una nave che, dopo tre secoli e mezzo, costrinse il Paese a interrogarsi sul proprio passato, presente e futuro. Che costrinse gli Stati Uniti a provare a diventare finalmente ciò che avevano sbandierato a tutti di essere fin dal 1776, ovvero una democrazia compiuta.

Quella nave ebbe effetti che si possono vedere e sentire ancora oggi, quattrocento anni dopo, sul tipo di capitalismo degli Stati Uniti, sul sistema delle prigioni, sulla mancanza di un sistema sanitario pubblico nazionale, su come sono state costruite le città e quindi sul traffico o sulla dieta troppo ricca di zucchero e relativi problemi di salute.