Piste automobilizzabili

Ogni volta che si parla di piste ciclabili — che è peraltro una cosa di cui non amo parlare, perché sono contrario all’idea che ogni tipo di utenza, bici, auto e trasporto pubblico, debba avere (poco) spazio in ogni strada, e sono invece convinto che vada, più semplicemente, disegnato un network di strade solo per le bici, un 25-50% delle strade di Milano da chiudere alle auto — salta sempre fuori qualcuno che mi dice che…

Le hanno fatte in zona-x, e non le usa nessuno.

Vi abbiamo fatto questo favore, quindi ora non scassate i coglioni per un anno.

E la cosa peggiore è che chi pensa che le piste ciclabili siano una concessione sono i politici di sinistra, e addirittura molti elettori di sisinstra — vedi: pistes octroyées.

Ma come le hanno fatte, ste benedette piste ciclabili? Col culo, come al solito?
Sono separate? Sono sicure? Sono ben segnalate? Sono continue? O sono una merda?

Le piste automobilizzabili

Se le “piste automobilizzabili” — che sono le auto che dovrebbero essere l’eccezione e non la regola, in città — fossero fatte col culo come le “piste ciclabili”, nessuno userebbe l’auto. Ora che ci penso, mi sa che l’unico modo di cambiare Milano è esattamente quello: sputtanare il network di strade fino a che non vorrà più andare in auto non solo chi, come me, non ama l’auto, ma anche chi adora l’auto e la userebbe anche per andare al cesso.

Ho anche un piano, ma avrei bisogno di un architetto, un geometra e un avvocato…

Can’t Sell, Don’t Care

Advertising does not show us the benefits of a product anymore. In fact, it’s not even interested in selling anymore. Instead, it preaches. It tells us that we must hold some progressive and widely-held but not necessarily true belief about society, inclusion, the environment, immigration, gender or cosmopolitanism.

It’s London-centric and it lives in its own bubble. Steve Harrison, the Jonathan Pie of advertising, tells the story of how advertising turned its back to the job it was supposed to do and decided to focus on chiding the “deplorables” instead.

In politics, this led to or at least contributed to Brexit, Trump and Northern England voting for the Tories (!). In advertising, it led to companies chasing the next miracle-like formula, like with the infamous ice-bucket challenge, and totally losing contact with the “somewheres”, the people who belong to where they were born and live.

This type of advertising worked nicely for some companies, but only when the desired behaviour was linked to the product being advertised and the preaching was kept in check. In most cases, instead, it’s just empty virtue-signalling that doesn’t resonate and often antagonises a large chunk of consumers. It doesn’t sell, and it doesn’t care.

This is my review of Can’t Sell Won’t Sell: Advertising, politics and culture wars. Why adland has stopped selling and started saving the world on Amazon.

Riempimento

Fino a vent’anni fa, anche un articolo insulso come questo aveva molto senso.

I giornali erano di carta, e il numero di pagine doveva essere un multiplo di quattro, spesso 48 o 52. E vi era la fila di persone che volevano comprare gli spazi pubblicitari.

Un giorno, già in questo secolo, incontrai un’amica che non vedevo da un po’ e che si era messa a vendere pubblicità per un grande editore di settimanali e mensili italiano.

Lavoro duro!, esclamai. E lei: no, è un lavoro di relazioni. I clienti mi chiamano e mi dicono: Francy, mi raccomando che il prossimo mese ci devi tenere una pagina intera…

Che vendessero scarpe, orologi o mobili da cucina, cambiava poco. Gli spazi erano limitati e bisognava tenersi buoni Francesca, a cui poi avrebbero fatto un regalo a Natale.

Il mondo è cambiato

Il mondo è cambiato, ma in tanti sembrano non accorgersene. E non certo solo al giornale che fu di Montanelli. Cosa possiamo dire degli articoli della Gazzetta sulle WAGs?

E che dire del progetto web de Il Fatto Quotidiano? A cosa serve quella marea di articoli scritti male e pensati peggio (e pagati ancor peggio) firmati da aspiranti giornalisti?

A farmi smettere di leggere — ormai il giornale italiano che leggo di più è La Gazzetta. E anche quella, la leggo comunque meno di Marca, che almeno mi serve per lo spagnolo.

Possibile che non capiscano che non vi è più niente da riempire, e che provare a riempire il web con WordPress è un po’ come svuotare il Mediterraneo con il cucchiaino?

Come il cinema

Sto guardando, o dovrei dire ascoltando alla televisione, il Tour de France.

Non so perché, sento che parlano del cinema ai tempi dei fratelli Lumière, e sento dire che gli spettatori pagavano il biglietto non tanto per la storia che veniva raccontata con i film, bensì per vedere i meravigliosi artifici tecnologici che venivano usati.

Penso subito: sembra il web. Flash, gli effetti, i contatori, le nuove tecnologie.

Scimmie eravamo e scimmie rimaniamo.

Come diceva Bernbach, per vendere qualcosa — incluso per vendere le meraviglie del web ad aziende che vogliono essere alla moda anche se neppure rispondono alle email — la cosa più intelligente da fare è concentrarsi sull’uomo (scimmia) che non cambia.