Tenerti loggato a tradimento

È questa, mi sa, la strategia dei siti per l’era post cookie di parti terze.

Google ormai mi obbliga a fare 6 click per fare log-out da Gmail da web.

Facebook mi ha già fatto diverse volte lo scherzo di farmi credere di aver fatto log-out con un solo click, ma se poi clicco sul loro logo, vedo che sono ancora loggato. Bastardi.

E poi c’è Gmail sul telefono. Android lasciamo stare, che è un filo diretto con la Stasi.

Ma anche su iPhone, e anche se non installi l’app do Gmail ma provi a usare un client esterno tipo Mail di Apple oppure Unibox, sei sempre loggato in Google.

C’è poco da fare: i loro interessi e i miei confliggono. Bisogna separarsi e alla svelta.

60 milioni di voti

Il giorno in cui la sinistra capirà che se uno prende 60 milioni di voti — o anche solo 10 milioni come Salvini — non è un coglione totale, ha toccato problemi veri e nervi scoperti e che ci sono persone che davvero la pensano in modo diverso e in modo del tutto legittimo…

Quel giorno magari la sinistra stravincerà. Quindi stai pur tranquillo: non succederà mai.

Piste automobilizzabili

Ogni volta che si parla di piste ciclabili — che è peraltro una cosa di cui non amo parlare, perché sono contrario all’idea che ogni tipo di utenza, bici, auto e trasporto pubblico, debba avere (poco) spazio in ogni strada, e sono invece convinto che vada, più semplicemente, disegnato un network di strade solo per le bici, un 25-50% delle strade di Milano da chiudere alle auto — salta sempre fuori qualcuno che mi dice che…

Le hanno fatte in zona-x, e non le usa nessuno.

Vi abbiamo fatto questo favore, quindi ora non scassate i coglioni per un anno.

E la cosa peggiore è che chi pensa che le piste ciclabili siano una concessione sono i politici di sinistra, e addirittura molti elettori di sisinstra — vedi: pistes octroyées.

Ma come le hanno fatte, ste benedette piste ciclabili? Col culo, come al solito?
Sono separate? Sono sicure? Sono ben segnalate? Sono continue? O sono una merda?

Le piste automobilizzabili

Se le “piste automobilizzabili” — che sono le auto che dovrebbero essere l’eccezione e non la regola, in città — fossero fatte col culo come le “piste ciclabili”, nessuno userebbe l’auto. Ora che ci penso, mi sa che l’unico modo di cambiare Milano è esattamente quello: sputtanare il network di strade fino a che non vorrà più andare in auto non solo chi, come me, non ama l’auto, ma anche chi adora l’auto e la userebbe anche per andare al cesso.

Ho anche un piano, ma avrei bisogno di un architetto, un geometra e un avvocato…

Can’t Sell, Don’t Care

Advertising does not show us the benefits of a product anymore. In fact, it’s not even interested in selling anymore. Instead, it preaches. It tells us that we must hold some progressive and widely-held but not necessarily true belief about society, inclusion, the environment, immigration, gender or cosmopolitanism.

It’s London-centric and it lives in its own bubble. Steve Harrison, the Jonathan Pie of advertising, tells the story of how advertising turned its back to the job it was supposed to do and decided to focus on chiding the “deplorables” instead.

In politics, this led to or at least contributed to Brexit, Trump and Northern England voting for the Tories (!). In advertising, it led to companies chasing the next miracle-like formula, like with the infamous ice-bucket challenge, and totally losing contact with the “somewheres”, the people who belong to where they were born and live.

This type of advertising worked nicely for some companies, but only when the desired behaviour was linked to the product being advertised and the preaching was kept in check. In most cases, instead, it’s just empty virtue-signalling that doesn’t resonate and often antagonises a large chunk of consumers. It doesn’t sell, and it doesn’t care.

This is my review of Can’t Sell Won’t Sell: Advertising, politics and culture wars. Why adland has stopped selling and started saving the world on Amazon.