Come si cambia la città?

Come si cambia la città? Col design che mette a posto i casini fatti da chi faceva i grandi piani (le villes radieuses e simili puttanate, insomma) e un approccio bottom-up che ascolta e premia la partecipazione dei cittadini? Sì. Ma è possibile farlo in un Paese in cui “partecipazione” vuol dire “votate per me” e “mettimi un like su Facebook”?

Con studi scientifici e politiche illuminate di alto livello messe in atto da chi capisce che il modello attuale ci porterà al collasso, fra incidenti, morti, feriti, code, tempo perso, inquinamento, riscaldamento globale, guerre per il petrolio, stress, obesità e diabete? Sì. Ma ci sono pochi Paesi che studiano meno i problemi di quanto non faccia l’Italia.

Con la tecnologia? Pur non credendo nel determinismo delle smart city, e ancora di meno in chi ciancia di smart city in una città con centinaia di migliaia di auto parcheggiate sui marciapiedi: sì, può essere. Ma il potere pubblico contribuirà a diffondere queste tecnologie e a indirizzarle nel modo giusto, o le userà come mera propaganda?

Con l’attivismo urbano? Forse, purché non stiamo ad aspettare un piano grande e omnicomprensivo. Siamo troppo litigiosi per essere bravi a fare grandi piani, e ancora meno bravi a portarli a termine. Secondo me, solo se riuscissimo ad andare a stuzzicare l’italianissimo interesse di ciascuno per il proprio particulare, come diceva Montanelli.

Smart City e Internet of Things

Tutti a parlare di Smart City e Internet of Things, ma nessuno che ci faccia nulla.

Prendi Milano: 700 mila auto dei milanesi (e altrettante che arrivano da fuori città), circa il doppio pro-capite che nelle normali città europee, e metà di queste auto parcheggiate dove non dovrebbero stare: sui marciapiedi, in curva, sulle aiuole, sui controviali etc.

Prendi una decisione secca, ma anche l’unica che abbia senso prendere: tracci 350 mila parcheggi regolari e li metti in all’asta a chi offre di più. Tutto il resto è spazio che recuperiamo per il pubblico. Anche se i cittadini non capiscono un cazzo e non lo vogliono.

Un po’ come con la Legge Sirchia (siano lodati lui e Berlusconi!): no, ma poi come faccio se non posso farmi la “svaporetta” (sic)? E poi, ovviamente, anche i fumatori che ammettono che si sta tutti molto meglio adesso. La “democrazia” è sopravvalutata.

Crei una piattaforma per vendere i posti all’asta. Chi si aggiudica un posto (per minimo 6 mesi) paga (le aste partono direi da almeno 50 Euro al mese) e riceve un sensore da mettere sull’auto che dialoga con un sensore sul marciapiede. Quando viene segnalata un’auto parcheggiata senza sensore, esce il carro-attrezzi e la rimuove. Prima multa 100 Euro più rimozione, seconda 200 Euro più rimozione, terza 400 Euro più rimozione etc.

Oppure, continuiamo con “la città dello sharing” e coi “congressi sulle Smart City”.

3 km di piste ciclabili

Scopro che a Milano ci saranno ben 3 km di nuove piste ciclabili.

Sti cazzi.

Costo di 3 km di piste ciclabili: 7 milioni di Euro.

Me cojoni!

(per chi ha problemi coi false friends in romanesco: link)

Ha senso?

Quanti km possiamo permetterci di fare, a questi prezzi?

E’ una vera politica di cambiamento della città, o solo uno spot?
(o addirittura un dare lavoro a costruttori amici degli amici:
purché ci sia cemento che scorre, bene pure le piste ciclabili!)

E’ un cambiamento sostenibile, o dipendiamo da aiuti esterni?
(che poi vuol dire da una piccola parte di tasse in meno che
vengono portate via dalla città di Milano, per essere chiari)

E’ un miglioramento sufficiente a portare così tante persone
in bici che l’aria migliorerà al punto che andare in bici
inizierà a fare bene? (oggi come oggi, non so se fa bene)

E’ un miglioramento che consentirà di girare gli eventuali
risparmi di Ospedali e della Sanità al Comune di Milano, e
quindi di mettere in moto un circolo virtuoso inarrestabile?

Oppure no?

Chiediamoci: siamo sicuri che il modello scelto, quello basato
sulle piste ciclabili, sia giusto per il centro di Milano,
o più in generale per le strade strette delle città italiane?

Posto che il modello di road sharing americano, ovvero alla
velocità delle auto, è una follia, non è più facile, più veloce e
infinitamente meno costoso il modello olandese del Woonerf?

O è proprio questo il problema: che si potrebbe fare in fretta
a chiudere spazi alle auto — si fa nel mese di agosto e si rivolta
la città come un calzino, volendo — e si fanno girare pochi soldi?

E che poi, una volta risolto il problema, o una volta che almeno
si fosse iniziato a risolverlo, potrebbe scemare o sparire del tutto
il serbatoio di voti sicuri di chi vuole le piste ciclabili?

Esattamente come per i matrimoni gay, tanto per essere chiari:
i fenomeni hanno preferito non risolvere il problema per poterne
ricavare ancora voti e posizionamento politico in futuro.

Cosa dovrebbero fare i giornali

Una stampa libera, indipendente e di qualità, quale non abbiamo mai avuto in Italia, è fondamentale per la democrazia, che pure non abbiamo mai avuto in Italia: il regime partitocratico è solo una mera, per quanto benvenuta, assenza di olio di ricino.

Cosa dovrebbero fare i giornali — parliamo de Il Fatto Quotidiano, che la sopravvivenza degli altri a me interessa di meno — per sopravvivere e anzi avere successo?

1. Non buttare via la carta!

Per prima cosa, rendersi conto che ogni lettore sulla carta rende molti più soldi di un lettore sul web, e quindi comportarsi di conseguenza: pensarci non due ma duecento volte prima di fare la cosa ovvia (e sbagliata) e dismettere la carta. Al contrario, fare di tutto perché possa esserci a lungo una versione di carta, magari con meno pagine, e magari con un numero minore di pubblicità ma che verranno vendute a un prezzo superiore. Che è più o meno quello che sta succedendo con la televisione, tra l’altro.

2. Capire a cosa serve la carta

Per seconda cosa, capire che web e carta sono due prodotti che possono e devono aiutarsi, ma che sono totalmente diversi. Sulla carta vanno i commenti ragionati e intelligenti delle grandi firme. In un mondo in cui ognuno ha sia un proprio giornale, fatto di quello che passa su Facebook o in altri feedreader, sia un proprio palinsesto dei programmi in televisione o su Netflix o su YouTube, un giornale di livello deve ambire a far passare sulla carta le due o tre polemiche di cui tutti poi parleranno al lavoro.

3. Capire a cosa serve il web

Per terza cosa, capire che sul web si possono pubblicare tante cose, dalle notizie dell’ultimo minuto ai video al meteo ai programmi dei cinema se vendi i biglietti, fino ai servizi speciali sulle WAGS, se proprio non se ne riesce a fare a meno. Ma capire anche che il web è fondamentale per aiutare il giornale a capire quali sono le cose che interessano ai lettori e alle quali magari il Direttore aveva inizialmente pensato di dare poco peso, per fare in modo di riuscire a coprire quelle notizie prima e meglio degli altri.

4. Capire come fare soldi

Per quarta cosa, questo giornale dovrà se non stampare soldi come una volta, almeno stare in piedi. Altrimenti, addio indipendenza. Ci sono parti del giornale che possiamo passare a pagamento sul web? Oppure, ne creiamo? Per il resto, come si può usare il web per tutelare il valore del proprio prodotto sulla carta, dove la pubblicità sarà anche in crisi ma c’è meno competizione, e per far sì che la parte di web non (eventualmente) a pagamento renda un po’ di più dal punto di vista pubblicitario?

Per oggi, direi che ci possiamo fermare qui. Feedback molto gradito, come al solito.