Safari vs Retargeting

Apple sembra vedere le cose in modo diverso rispetto a IBM (e a tutti gli altri).

A Cupertino non sembrano essere molto eccitati da questa idea strampalata dei big data e delle data farm, dove ciò che viene coltivato è il tuo profilo, con i tuoi dati, inclusi dati sensibili, e senza il tuo permesso, e dell’idea di mandare poi migliaia di messaggi a questi profili, fino a quando cederanno e compreranno i vostri fottuti prodotti.

Con l’aggiornamento di High Sierra di qualche giorno fa, Safari ti protegge dal tracking di parti terze sul web. Quando hai fatto login su un sito, considerano ancora ok che questi possano capire cosa fai o cosa cerchi per suggerirti altre cose che potrebbero interessarti. Ostacoleranno, invece, le aziende ad-tech che vorranno spiarti sul web.

E seguirti in giro per il web per settimane con le loro offerte

Ma come?

Ma come? Il futuro non era la pubblicità targettizzata e personalizzata?

Sì, e le autostrade in città. Uguale.

La pubblicità personalizzata non è pubblicità. Se non è erga omnes, non è pubblicità.

Se non c’è una promessa che viene fatta nei confronti di tutti i consumatori, se l’azienda non racconta che il loro prodotto fa questo e quello, che sono un’azienda seria, che ci credono, che ci sono e ci saranno etc, non è pubblicità. Potrebbero benissimo essere non un’azienda seria ma qualcuno che cerca di vendere a me e solo a me una sòla.

Ogni volta che la tua pubblicità è personalizzata, ti prendo per un semi-truffatore.

Privaticità

E’ privaticità, al limite. E’ Trump (e non solo lui, con tutta probabilità) che manda messaggi su Facebook solo a certi gruppi, messaggi che il grosso dell’elettorato non vedrà mai.

Questi messaggi, nella campagna presidenziale che si è chiusa il novembre di un anno fa, sono stati indirizzati in particolare a tre sottogruppi di persone che tendevano verso i Democrats, con l’intento di scoraggiarli dall’andare a votare: i neri o afroamericani che dir si voglia; le donne più giovani, che non capivano perché votare la moglie di un ex Presidente fosse un passo in avanti per le donne; e gli idealisti, i sandersiani, insomma.

Però funziona

Beh, funziona se devi vendere una sòla una sola volta, come alle elezioni.
(in particolare se al supermercato della politica la scelta era fra due sòle).

Se, viceversa, il tuo prodotto se la gioca sul lungo periodo; se ha un brand che viene da lontano; se viene scelto in base alla fiducia; e/o se ha molti e seri e agguerriti avversari, questa straordinaria pubblicità su Internet probabilmente più che danni non fa.

Apple non ne fa, di pubblicità su Internet. E cerca di proteggere i propri clienti. Vedi tu.

Il declino di Google e Facebook

Vorrei parlarti de il declino di Google e Facebook. O, più precisamente, del loro diventare aziende normali, che è poi la stessa cosa. E’ ormai finito il periodo d’oro della loro crescita esplosiva. Da qui in avanti, la legge di gravità varrà probabilmente anche per loro.

Search

Google nasce nel 1998. Quando si quota al Nasdaq nel 2004, è un motore di ricerca che aveva fatturato poco più di un miliardo di dollari (2003) e che per il 1° di aprile aveva regalato una casella di posta elettronica da 1 GB, quando tutti gli altri ti davano 5 MB.

Alla prima riunione con gli analisti di Wall Street, Larry Page manda lo chef.

Si sposta sul web la pubblicità che, negli USA, ti faceva arrivare a casa la domenica un’edizione del giornale che pesava diversi kg, piena com’era di pubblicità locale, offerte speciali per il taglio di capelli il martedì, aperture di un nuovo gommista etc.

Adwords prende il posto delle pagine gialle. I classified ads per vendite e affitti di case, offerte di lavoro, auto usate e i dispenser delle caramelle Pez, tanto amati dalla fidanzata del fondatore di Ebay, si spostano sul web. I giornali entrano in una grave crisi.

Banner

Il successo di Adwords è tale che i prezzi per molte keyword schizzano alle stelle, al punto che iniziano a sembrare interessanti in ottica di direct response persino i banner.
Nel 2003 fa il suo debutto Google AdSense. Nel 2007 Google compra DoubleClick.

Seguono dieci anni di progresso, per così dire, del settore Ad Tech, con la possibilità di far vedere pubblicità solo a certi profili di utenti e non a tutti i visitatori di un certo sito, ammesso e non concesso che questo sia davvero utile o un passo in avanti.

Passa l’idea che (quasi) tutta la pubblicità venga venduta con un’asta, al prezzo più alto. Ma se l’offerta di spazi è superiore alla domanda, assistiamo a un crollo degli incassi per gli editori di qualità e a un generale livellamento verso il basso dei contenuti.

Per le aziende Ad Tech, però, le cose vanno bene. Si vuole, anzi, estendere il modello.

YouTube

Nel 2006 Google compra YouTube, pieno di spezzoni di film e di programmi TV piratati. Come i banner sono stati salvati (meglio, fatti rendere per quel poco che potevano rendere) da Ad Tech, la stessa cosa succederà prima su YouTube e poi anche in televisione!

No, a dire il vero. In primo luogo, perché Sumner Redstone, azionista di maggioranza di CBS e Viacom, porta YouTube in tribunale. Google accetterà la responsabilità di controllare cosa viene postato su YouTube e di pagare licenze ai titolari dei diritti.

In secondo luogo, perché gli inserzionisti non sembrano entusiasti di comprare pubblicità su un sito dove si trova di tutto, ma proprio di tutto, dal famoso video delle Mentos, a Frank che scoreggia sulla gente al parco, fino a video neo-nazisti o jihadisti.

Ancor meno riesce Google a estendere il proprio modello alla televisione.

Facebook

Lo sfigatissimo passatempo di Mark Zuckerberg al college, nato con lo scopo di “dare i voti” (sic) alle compagne di università fa il salto con l’acquisto di Friendfeed, diventando una piattaforma dove scrivere cose personali o commentare le notizie dei giornali.

Facebook (e Instagram) non sono altro se non la democratizzazione del Grande Fratello: invece di spiare i cazzi (interessantissimi) di Taricone, ti danno uno stream continuo dei cazzi o delle idee politiche di amici e conoscenti. Quando si dice il progresso!

Quando Facebook dichiara un miliardo di utenti, il mondo non sarà mai più come prima: ogni azienda deve esserci, attratta dall’idea di poter mandare messaggi gratis ai propri fan. Ben presto non più gratis, bensì pagando, per la gioia degli investitori.

Il confine fra contenuti e pubblicità sembra ormai un ricordo del passato.

Il futuro è la televisione

Google e Facebook continuano la propria corsa, all’apparenza inarrestabili. Negli Stati Uniti, il duopolio porta a casa 3 dollari su 4 della “pubblicità” (si fa per dire: è direct marketing) su Internet, e addirittura il 99% dei nuovi investimenti sul web.

Il problema è che questo filone aureo (si fa per dire) si è ormai esaurito.

Google e Facebook hanno un rapporto price per earning che è il doppio di quello di altre aziende media americane, ma non hanno più praterie davanti a sé da conquistare e facili e prevedibili guadagni futuri che possano giustificare un elevato rapporto P/E.

Per difendere il proprio titolo in Borsa, devono attaccare la pubblicità di tipo brand.
E la pubblicità di tipo brand non va sui banner, non va sui social e non va sui video delle Mentos, bensì in televisione, su programmi come serie TV, film e sport.

Google o Facebook dovranno reinventarsi come produttori di contenuti di qualità, come ha già iniziato a fare Netflix. Ma che vantaggio competitivo possono vantare Google o Facebook su Disney (ABC), Comcast (NBC), Viacom (CBS) o Time Warner (HBO)?

Euro for dummies

La storia dell’Euro, alla fine, è abbastanza semplice: l’ultima volta che la Germania ha perso il controllo della propria moneta, è finita con quello coi baffetti, 6 milioni di persone in un forno, una sconfitta totale e il Paese in macerie.

Quando si è iniziato a parlare dell’Euro, un politico non cretino avrebbe dovuto raccontarci sia i possibili lati positivi dell’entrata, sia le rigidità che sarebbero derivate dall’agganciarsi definitivamente alla moneta di un altro Paese.

Invece, il Mortadella ci ha raccontato che “con l’Euro guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più, ma lavorando un giorno in meno”. E meno male che lo sparaminchiate e il televenditore di fustini era quello di Arcore!

I giornalisti, ovviamente, hanno riportato le parole di Prodi come se fossero il Verbo. Pare che nessuno abbia osato chiedergli nulla. Guadagneremo come se lavorassimo un giorno in più all’anno? Al mese? Alla settimana? Mistero.

Quando Gmail era una figata

Ti ricordi di quando Gmail era una figata?

Beh, non più.

Non so chi ha progettato il nuovo login, ma oggi se inserisci la tua user id e poi fai Tab fwd, finisci su “Forgot Email” invece che su “Next”…

login

E questo è nulla.

Cosa dire di 6 click per fare log-out?

1-2: Prima clicca sulla “M”, poi su “Esci”.

1-2

Ma non sei uscito del tutto.

tris

Se vuoi uscire del tutto, per far sì che ti traccino un filo di meno, servono altri 4 click:

Clicca sulla freccetta che dà verso il basso…

3

Poi su “Remove an account”…

4

Poi sulla “X”

5

E poi conferma che non hai fatto tutti questi click per sbaglio…

6new

Google, ma quanto fa cagare sta roba?

Quanto mi dovete tracciare ancora per far diventare ancora più ricco il fondo pensione di qualche vecchio rincoglionito che sta in Florida?

Quanto valgono i miei dati?

Quanto vale la possibilità di tutelare un minimo la nostra privacy?

Infine: quali alternative a Gmail ci sono?