Ti ricordi i blog?

No, intendo dire: Ti ricordi i blog prima che diventassero meri ripetitori della visione del mondo che ci veniva prima suggerita e poi sempre più imposta dalla Silicon Valley?

Poi uno dei primi blogger si mise addirittura a seguire un sacco conferenze in giro per il mondo, per raccontarci in diretta cosa dovevamo pensare riguardo al futuro.

Ti ricordi i blog prima che diventassero dei meri siti verticali (vortals, LOL) powered by WordPress da riempire con “contenuti” per poi metterci sopra dei banner?

Ti ricordi i blog prima che diventassero l’ennesima gara italiana a chi ce l’aveva più lungo, a chi aveva più visitatori, più share, neanche fossimo stati in televisione?

Ti ricordi i blog quando ancora ci si chiamava per il nome del blog eppure nessuno di noi pensava di star facendo un esercizio di personal branding? Bei tempi.

Jorge

George gioca a baseball nella squadra della sua high school a New York. Mentre i suoi amici pensano a dove andare a studiare al college, George ha altri piani.

Finita la scuola, e contro il parere dei suoi genitori, decide che bisogna vivere un po’ e che vuole realizzare il suo sogno di guadagnarsi la vita giocando a baseball.

George sa di potercela fare, se si accontenta. Mette insieme un borsone e salta su un autobus. Ben 45 ore, direzione Messico, dove verrà subito ribattezzato Jorge.

George è oggi un pubblicitario di sessanta e qualche anno, che se la deve vedere ogni giorno coi gggiovani che sanno tutto perché hanno tanti follower su Instagram.

Il suo blog, fatto di post sulla pubblicità, su New York, sulla vita, su quella stagione in Messico e sulle notti insonni passate a Saltillo è il più bel blog che io abbia mai trovato.

Quali startup?

In Europa è in atto una gara ridicola, tutti a voler scimmiottare la Silicon Valley.

A Barcellona si vantano di essere la quinta città in Europa per capitali investiti in startup tecnologiche dopo Stoccolma, Londra, Parigi e Berlino (no, non so in che ordine).

Chi ha detto che ha senso aiutare solo le startup tecnologiche?

E cosa vuol dire tecnologiche, in ogni caso?

Ha davvero senso puntare a far crescere startup che si spera verranno acquisite da Google, Microsoft, Facebook etc, e che quindi presto passeranno a non pagare le tasse?

Non avrebbe più senso cercare di aiutare giovani aziende che abbiano più a cuore la tutela della privacy? O addirittura, non sia mai detto, il bene comune?

Non sarebbe ora di pensare a una specie di movimento Slow Food delle startup?

Perché sognare la Silicon Valley, se puoi provare a cambiare la Puglia, come VaZapp?

Troppo dentro

Cosa vuol dire essere “troppo dentro” un certo settore — troppo dentro una industry come si dice in milanese — o troppo dentro a un certo modo di pensare?

Vuol dire non essere in grado da fare un passo, o un metro, o un km in fuori per dare un’occhiata alle cose con un certo distacco e da una certa distanza.

Vuol dire pensare che l’elettorato tutto stia dalla parte di quel candidato di nicchia che piace a tutti i tuoi amici o a tutti i blogger che segui (seguivi, certo).

Vuol dire raccontarsi di lavorare “in pubblicità”, neanche lavorassi con Bernbach, quando in verità fai powerpoint tutti uguali per vendere banner a un tanto al kg.

Vuol dire raccontarsi di “lavorare nella Moda”, e se poi ti mettono alle strette, dover confessare che, in effetti, fai le busta paga. Per Prada, ma fai le buste paga.

Vuol dire pensare che tutti quelli che incontri hanno o almeno potrebbero avere quel certo problema per il quale, guarda caso, tu hai o dici di avere la soluzione.

Vuol dire pensare che interessi a tutti il nuovo logo o il nuovo claim del tuo yogurt o quanti “like” ha su Facebook, quando in verità la gente compra quello che è in sconto.

E se la gente compra quello che…

E se la gente compra quello che è in sconto, non devi cambiare il logo, cretino!

Il logo, il claim, il packaging e le balle che racconti sul tuo yogurt devono rimanere il più possibili uguali nel tempo, perché il cliente se ne ricordi, un giorno.

E dei “like” non sai cosa fartene, ovviamente. E di campagne “targettizzate”, neppure, visto che è un prodotto di massa. Devi solo esserci, per quando il cliente ti vorrà.

Devi esserci sugli scaffali dei supermercati e devi esserci nella testa della gente, come uno dei possibili marchi del prodotto x che prendono in considerazione.

Quando il cliente ti vorrà, o non troverà il brand che compra di solito, o il tuo prodotto è in sconto e quell’altro no, si ricorderà di te. Non del tuo storytelling.

Essere troppo dentro

Essere troppo dentro un settore vuol dire pensare che abbia senso fare una cosa solo perché la si può fare. E pensare che interessi anche a chi lavora in altri campi.

Da qui, la necessità per le aziende di avere “conversazioni con i consumatori” su un sito blu sul quale le persone normali postano foto delle vacanze o del loro gatto.

Vuol dire pensare alla tecnologia e non alle persone, a come si fanno le cose e non a se ha senso farle oppure no, a ciò che muta e non a ciò che rimane uguale nel tempo.

Google Italia Vs Mediaset

Tanti anni fa, quando ero ottimista riguardo il ruolo che Internet avrebbe giocato nell’economia, nella politica e nella società, usavo dire che l’Italia sarebbe cambiata il giorno in cui Google Italia avesse superato Mediaset come raccolta pubblicitaria.

Se è vero che la TV vale 3,8 miliardi di Euro e Internet 3 miliardi, ormai ci siamo.

854 milioni di search advertising. Che percentuale avrà Google dei video ads? I due terzi di 870 milioni? E del display, ormai arrivato al miliardo di Euro? La metà?

Google Italia deve essere ormai non lontana dai 2 miliardi di Euro all’anno.

La cosa che più mi sconvolge, oltre al mio ottimismo naïf dell’epoca, è vedere Mediaset comportarsi come la RAI, aspettando placidamente di essere superati da Google.

Se fossero interessati ai servizi del Ned Ludd italiano, sanno dove trovarmi?