Costruire la scrittura

Se c’è una cosa che ricordo con orrore del liceo scientifico è la prof di italiano che voleva a tutti i costi cambiare come scrivevamo. Ci impose un libro, Costruire la scrittura, che con grande gioia non vedo più in catalogo da nessuna parte. Quel libro di merda mi ha rotto il cazzo per due anni con “la frase topica” e simili minchiate.

Fast-forward di un quarto di secolo, e ti rendi conto che scrivere per il web — no, diciamo pure: scrivere per Google — è quasi la stessa cosa. A voler fare le cose come SEO comanda, ti toccherebbe partire dalla focus keyword, cioè da quello che pensi che qualcun altro potrebbe star cercando. Inutile che ti dica che non mi piace per nulla.

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Ads. What else?

Ads. What else? Build a large enough mousetrap, and then splatter ads all over it. Whatever the mousetrap, ads are the only way to monetize. Google, Facebook, Twitter, Tumblr, Instagram. And very soon SoundCloud as well.

Do you ever wonder what this tells us about our culture and our societies?

Aziende, Social e Canali

Qui vorremmo provare a esplorare il rapporto fra Aziende, Social e Canali. Per prima cosa: sì, ci siamo ormai rassegnati all’uso della parola Social. Di più: siamo, in effetti, convinti che “i Social” siano ormai uno dei tre mondi digitali con i quali le aziende devono confrontarsi: il web, quello che una volta veniva chiamato Open web, e che ormai in effetti Open lo è sempre di meno. Poi “i Social”, ovvero questa enclosure dell’Open web che è stata fatta dai cosiddetti social network, con Facebook che diventa il walled garden di quella che una volta era la blogosfera — e un feed reader, un post dove mettere le foto di figli, cani e vacanze, e tante altre cose; Twitter che diventa il walled garden dei link che avresti salvato sul web con delicious e di tante piccole perle che una volta avresti tenuto private; e Pinterest (c’è ancora?) che vorrebbe diventare una versione chiusa di Google Images. E infine “il Mobile”, un altro mondo (un altro silos?) chiuso e privato.

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Immigrazione e multiculturalismo

Ogni volta che sento magnificare immigrazione e multiculturalismo e ius soli, penso: sì, anche io sono un figlio degli anni ’80. Belle le foto di Oliviero Toscani per United Colors of Benetton! Che meraviglia, ci mancherebbe. La russa bionda che fa la modella; il cuoco giapponese che è venuto per lanciare una cucina fusion nippo-italiana; e l’americano venuto a studiare storia medievale — what else? Qual è il problema?

Il problema è che è una pubblicità. Il problema è che la realtà è molto diversa.

La realtà è fatta quando va bene di gente che fa viaggi di 30 o 50 ore in furgoncini da e per le campagne della Romania o dell’Ucraina verso l’Italia. E spesso e peggio, di gente disperata e che non ha nulla che arriva coi barconi dopo aver rischiato la vita. Di aguzzini che li portano qui e di criminalità organizzata che poi li sfrutta nei campi a raccogliere pomodori a 1 Euro all’ora per 12 ore al giorno sotto il sole cocente.

Non è bello. E’ terribile. Va bene che l’Italia è cambiata molto e in peggio da quando ero un bambino e “il Bossi” era un giovanotto che usciva di casa con lo stetoscopio al collo, diceva alla moglie che andava in ospedale a fare il dottore e poi invece andava al bar a giocare a tresette e a parlare di Celti e di Padania. Però a quei tempi si parlava di aiutare i Paesi poveri a uscire dalla povertà. “Aiutarli a casa loro” sarebbe sbagliato?

La realtà è che questa immigrazione assomiglia più a Ellis Island. La realtà è che gli USA di fine ‘800 o inizio ‘900 erano un Paese in grande espansione, mentre l’Italia è un Paese in recessione da 6 anni. La realtà è che il famoso melting pot americano è una balla, e che la gente è andata dove si erano già sistemati i loro connazionali. Chicago, per dire, è la seconda città polacca al mondo. Cleveland, mi pare, la seconda slovena.

La realtà è che poi non si sono mischiati. La realtà è Sacco e Vanzetti. Italiani, greci, ebrei, polacchi, irlandesi, e poi asiatici e latinos, per non parlare di coloro che erano stati strappati dall’Africa nera e portati là con la forza, sono rimasti a vivere in ghetti mono-culturali. Le Chinatown e le Little Italy non ci sono solo nei film. Per chi non era white, anglo-saxon e protestant (WASP) gli Stati Uniti non sono stati tutta sta meraviglia…

La realtà è che chi parla di multiculturalismo non sa neanche di cosa sta parlando. O se lo sa, deve farsi curare. Il multiculturalismo non sono le pubblicità di Toscani. E neanche i discorsi da bar dei nostri politici tipo Veltroni che dicono che la Francia — e quest’anno la Germania — “con gli immigrati ha vinto il mondiale di calcio” (cit.). E il bello poi è che chi fa questi discorsi in stile ventennio dà anche del “fascista” agli altri…

Il multiculturalismo, o multikulti, come lo chiamano i tedeschi, non è poter andare a comprare il pane arabo o mangiare al ristorante eritreo. Il multiculturalismo è quella strana idea che dice che tutte le culture sono uguali e pari, e che quindi se da un’altra parte le donne non possono studiare o devono subire mutilazioni genitali, va bene perché in quel Paese si fa così e anche noi dobbiamo accettare questa barbarie!

E non parliamo neppure di ius soli automatico, per favore. Che il Paese geograficamente più esposto d’Europa al fenomeno dell’immigrazione decida di dare cittadinanza automatica a chi nasce qui, e poi magari anche ai genitori del pargolo, appena sbarcati, cittadinanza che poi dovrebbe valere per tutta l’area Schengen, è una follia e una follia che con buona probabilità l’Europa ci farebbe pagare obbligandoci a tenerceli tutti qui.