Ogni volta che sento magnificare immigrazione e multiculturalismo e ius soli, penso: sì, anche io sono un figlio degli anni ’80. Belle le foto di Oliviero Toscani per United Colors of Benetton! Che meraviglia, ci mancherebbe. La russa bionda che fa la modella; il cuoco giapponese che è venuto per lanciare una cucina fusion nippo-italiana; e l’americano venuto a studiare storia medievale — what else? Qual è il problema?
Il problema è che è una pubblicità. Il problema è che la realtà è molto diversa.
La realtà è fatta quando va bene di gente che fa viaggi di 30 o 50 ore in furgoncini da e per le campagne della Romania o dell’Ucraina verso l’Italia. E spesso e peggio, di gente disperata e che non ha nulla che arriva coi barconi dopo aver rischiato la vita. Di aguzzini che li portano qui e di criminalità organizzata che poi li sfrutta nei campi a raccogliere pomodori a 1 Euro all’ora per 12 ore al giorno sotto il sole cocente.
Non è bello. E’ terribile. Va bene che l’Italia è cambiata molto e in peggio da quando ero un bambino e “il Bossi” era un giovanotto che usciva di casa con lo stetoscopio al collo, diceva alla moglie che andava in ospedale a fare il dottore e poi invece andava al bar a giocare a tresette e a parlare di Celti e di Padania. Però a quei tempi si parlava di aiutare i Paesi poveri a uscire dalla povertà. “Aiutarli a casa loro” sarebbe sbagliato?
La realtà è che questa immigrazione assomiglia più a Ellis Island. La realtà è che gli USA di fine ‘800 o inizio ‘900 erano un Paese in grande espansione, mentre l’Italia è un Paese in recessione da 6 anni. La realtà è che il famoso melting pot americano è una balla, e che la gente è andata dove si erano già sistemati i loro connazionali. Chicago, per dire, è la seconda città polacca al mondo. Cleveland, mi pare, la seconda slovena.
La realtà è che poi non si sono mischiati. La realtà è Sacco e Vanzetti. Italiani, greci, ebrei, polacchi, irlandesi, e poi asiatici e latinos, per non parlare di coloro che erano stati strappati dall’Africa nera e portati là con la forza, sono rimasti a vivere in ghetti mono-culturali. Le Chinatown e le Little Italy non ci sono solo nei film. Per chi non era white, anglo-saxon e protestant (WASP) gli Stati Uniti non sono stati tutta sta meraviglia…
La realtà è che chi parla di multiculturalismo non sa neanche di cosa sta parlando. O se lo sa, deve farsi curare. Il multiculturalismo non sono le pubblicità di Toscani. E neanche i discorsi da bar dei nostri politici tipo Veltroni che dicono che la Francia — e quest’anno la Germania — “con gli immigrati ha vinto il mondiale di calcio” (cit.). E il bello poi è che chi fa questi discorsi in stile ventennio dà anche del “fascista” agli altri…
Il multiculturalismo, o multikulti, come lo chiamano i tedeschi, non è poter andare a comprare il pane arabo o mangiare al ristorante eritreo. Il multiculturalismo è quella strana idea che dice che tutte le culture sono uguali e pari, e che quindi se da un’altra parte le donne non possono studiare o devono subire mutilazioni genitali, va bene perché in quel Paese si fa così e anche noi dobbiamo accettare questa barbarie!
E non parliamo neppure di ius soli automatico, per favore. Che il Paese geograficamente più esposto d’Europa al fenomeno dell’immigrazione decida di dare cittadinanza automatica a chi nasce qui, e poi magari anche ai genitori del pargolo, appena sbarcati, cittadinanza che poi dovrebbe valere per tutta l’area Schengen, è una follia e una follia che con buona probabilità l’Europa ci farebbe pagare obbligandoci a tenerceli tutti qui.

Ho ripensato alla tua domanda (“Aiutarli a casa loro” sarebbe sbagliato?) leggendo questo articolo:
http://mazzetta.wordpress.com/2014/08/11/indovina-dove-stanno-per-morire-centomila-bambini/
Io penso che andare per estremi (elemosina vs ius soli garantito) alla fine porti dalla stessa parte.
Parlare di “casa nostra” e “casa loro” nel 2014 è tanto medioevale quanto è idealista pensare che la realtà sia come la pubblicità della Benetton.
La realtà di oggi ad esempio è che nelle Nazioni Unite e nelle sue agenzie lavorano anche persone valide (anche italiane) che mettono in pratica quotidianamente e “a casa degli altri” il principio di valorizzazione delle differenze (e non certo di omologazione) che noi invece fatichiamo ad applicare standocene a “casa nostra” o nei nostri uffici dietro al monitor.
Lo stesso concetto di multiculturalismo non è poi così univoco come lo descrivi, può avere almeno altri due significati più vicini a come forse la pensi anche tu: http://www.unesco.org/new/en/social-and-human-sciences/themes/international-migration/glossary/multiculturalism/
Per me non è elemosina. Penso anzi che potrebbe essere proprio un investimento.
Quanto al multiculturalismo: fantastico che il mondo non sia ancora tutto McDonald’s.
Vorrei invece che fosse tutto un mondo dove viene prima la legge civile di quella religiosa,
dove vige la parità fra i sessi, dove tutti i bambini – e le bambine! – possono andare a scuola,
dove non si praticano mutilazioni genitali a nessuno etc. Su queste cose non transigo.