Banner e truffe nigeriane

Ignoro quanto sia il tasso di apertura delle email di spam delle truffe nigeriane.

Ma tanto peggio di uno su mille non sarà.

E’ interessante: le email delle truffe nigeriane sono di solito assurde e scritte coi piedi.

Ancora più incredibile, di solito i truffatori non negano di essere in Nigeria, quando praticamente chiunque sa che moltissime di quelle truffe arrivano dalla Nigeria.

Perché? Perché vogliono che si facciano avanti e che mostrino un certo interesse per l’eredità o il patrimonio da trasferire in Occidente solo i gonzi fatti e finiti.

Un semi-gonzo, uno che fa perdere del tempo ma poi alla fine non ci casca, è solo un costo. Meglio scremare prima, averne meno che paiono interessati ma conversioni più alte.

Come coi banner

Tassi di click risibili nonostante sistemi di tracciamento e spionaggio degli utenti che CIA e KGB neppure si sognavano. Sistemi di targeting avanzati e molto costosi.

Ma la verità è che il target giusto è quello che si auto-sceglie. Lo sappiamo da più di 10 anni: coloro che cliccano sui banner tendono a essere poveri e poco istruiti.

Poi costoro vengono sottoposti a copiose campagne di retargeting, perché lo si può fare solo con chi ha mostrato un qualche (apparente) interesse (ovvero, ha cliccato).

Il risultato finale è molto simile a quello che abbiamo visto con le truffe nigeriane: se stai cercando un fesso, Internet è il mass media migliore di tutti i tempi.

Ma le aziende?

Meno chiaro, invece, perché spendano soldi con i banner le aziende vere.

Se vendi prodotti per persone con un profilo economico o culturale alto, la verità è che con i banner stai solo perdendo il tuo tempo (e danneggiando il tuo brand).

Se invece vendi prodotti di massa tipo dentifrici, pelati in scatola o panettoni non ti serve nessun tipo di targetizzazione: il tuo target è “chiunque abbia una bocca”.

E’ tragicomico, considerato che è ormai passato un quarto di secolo dal primo banner.

Orwell era un ottimista

Non bastava il cercapersone – nel senso che possono cercare tutto su di noi, da dove siamo a chi conosciamo, con chi parliamo, che foto facciamo etc – in tasca.

No, compriamoci anche Google Stasi. Voglio dire, Google Home.

Orwell era un ottimista. Ma di un ottimismo quasi fuori luogo.

Il buon Orwell pensava che le cimici in casa per ascoltare ogni nostra parola ce le avrebbe messe lo Stato, non che avremmo pagato noi per averle.

Un po’ come pensava che ci saremmo preoccupati del fatto che gli altri guardassero le nostre fotografie, non del fatto che non le guardassero…

La Russia, Facebook e Trump

Mi fa sempre sorridere, questa storia a tre soggetti: la Russia, Facebook e Trump.

La Russia: e voi se foste stati nei panni di Putin non ci avreste provato?

Facebook: è esattamente così che va usato Facebook. Così è, se vi pare.

Trump: sempre tutta colpa sua, e mai di chi ha scelto Hillary come candidato.

Reportage

Poi arrivano i grandi reportage sul fattaccio, e inizio a ridere per davvero.

Passiamo alle slide:

Hanno comprato “più di 3.500 pubblicità”!

Nell’arco di 2 anni, per dirla tutta.

Più della metà cercavano di seminare zizzania su temi a sfondo razziale!

Eh, fatevi qualche domanda.

Quelle a sfondo razziale hanno generato in totale 25 milioni di impression.

Eh, certo, detto così sembra tanta roba.

Questa pubblicità ha fatto 1,3 milioni di impression.

Ed è costata in totale 1.800 dollari.

A un CPM (costo per mille impression) medio quindi di 1,38 dollari.

Conclusioni

Se le pubblicità a sfondo razziale erano la metà, possiamo stimare che hanno comprato in totale 50 milioni di impression? Se hanno speso lo stesso prezzo per tutte, parliamo di un investimento di ben 69 mila dollari (cioè meno di 100 dollari al giorno, in due anni).

Ora, se è vero che l’intera campagna per la presidenza degli Stati Uniti, primarie incluse, è costata l’oscena cifra di 5 miliardi di dollari, 69 mila dollari vuol dire che questi cattivoni dei russi hanno speso solamente 1 dollaro per ogni 72.463 dollari spesi in totale.

E secondo qualcuno sono stati loro a far vincere Trump.

Altro che Jim Messina: andate a Mosca a farvi fare le campagne di marketing politico! ;-)

io sono un superficiale

Io sono un superficiale. Per me le cose sono molto semplici: se sei Procter & Gamble, meno budget, energie, tempo e pensieri perdi sul web, e meglio è.

Perché? Perché tu sei Procter & Gamble. Tu sei Crest e Tide e Pampers. Tu puoi comprare spazi media in televisione e sui giornali e dove gli altri non possono.

Tu non devi mischiarti coi tanti sconosciuti competitor che si azzuffano per comprare (dubbi) spazi sul web. Tu sei il leader, e devi distinguerti e proteggerti.

Un piccolo può rischiare qualunque cosa. Tu non puoi rischiare di finire su un sito neo-nazi. E, da leader, non devi mai dare l’idea di essere alla pari con gli altri.

Ma gli altri mangeranno ciascuno una piccola fetta del mio mercato! Certamente. Ma nessuno costruirà un grande brand sul web. Finora non è mai successo.

Se vuoi proteggerti dai piccoli, non devi metterti a giocare al loro livello, ma creare dei tuoi piccoli brand. Dentifrici naturali e pannolini per vegani, che ne so.

E per questi nuovi prodotti sì, per questi puoi far giocare i tuoi esperti di web, i tuoi campioni, o sedicenti tali, di programmatic e di social media marketing.

Ma per le tue galline dalle uova d’oro, almeno fino a quando sopravviveranno, sbagli e di grosso se ti sputtani per niente in quell’inutile mare di immondizia che è il web.