Open di Mentana

Qualcuno di voi ha capito che novità sarebbe Open, il giornale di Mentana?

Leggo che sarebbe un giornale online, fruibile prevalentemente da mobile. Guardate che non è necessario fare un sito web brutto perché questo sia fruibile su mobile!

Leggo anche che Open rappresenterebbe un nuovo modello di giornalismo, con le ultime notizie e le immagini aggiornate in tempo reale, 24 ore su 24. Sticazzi.

Secondo me un nuovo modello sarebbe tutto il contrario, tipo un giornale che non segue l’ultimo avvenimento o l’ultimo gossip o cosa è trending in ogni secondo su Twitter.

Ma forse sono io che non capisco. Un po’ come non capisco perché debba essere uno di sessant’anni a mettere in piedi un giornale sul quale possano scrivere i gggiovani.

Targeting e bacche di Goji

Il targeting è cambiato, mi incalza. Tu non capisci.

Oggi puoi targettizzare chi ama lo yogurt con le bacche di Goji.

No, guarda, io capisco. Non sono d’accordo. È diverso.

Facciamo finta che:

1. Il targeting funzioni alla perfezione;

2. Il costo a contatto abbia senso;

3. Il delivery funzioni alla perfezione.

Non è così

Sappiamo benissimo che non è così.

1. Anche se hanno montato il più grande sistema di spionaggio della storia, roba che Gestapo e Stasi neppure si sognavano, tutti abbiamo visto retargeting che durano troppo a lungo e pubblicità che non c’entrano nulla con noi. Avere dei dubbi, quindi, è lecito.

2. Il costo a contatto spesso sale più il target è ristretto. E potrebbe non valerne la pena, specie per prodotti di massa. In ogni caso, il costo totale non è solo il costo dello spazio media. C’è un costo per la creatività. C’è un costo per le persone che seguono queste campagne. E c’è, soprattutto, un costo di attenzione, che riguarda il perdere tempo prezioso e focus per cose piccole, per quell’80% di cose che portano solo il 20% dei risultati.

3. Google stessa ci dice che il 56% dei banner non sono neppure visibili. Ma il dramma vero è quando sono visibili e magari escono su siti o video di pedofili, jihadisti etc.

La premessa è falsa

Questa mega infrastruttura di targeting e delivering è tutto tranne che perfetta.

Ma anche se fosse perfetta, avrebbe senso:

4. Usare un formato pubblicitario invasivo e che la gente odia?
Conosci qualcuno che ti ha mai parlato di quel banner stupendo che ha visto ieri?

5. Mettere la tua pubblicità in un posto dove compra pubblicità chiunque?
Il meglio del meglio: poker, scommesse, creme sciogli-pancia etc.

6. Usare un formato che non ha impatto? Raccontami, già che ci siamo, come fai un banner per far capire che lo yogurt con le bacche di Goji è buono o fa bene.

È un complotto!

Io sono un complottista. Trovo che, in molti casi, sia da stupidi non esserlo.

Il complotto che dovrebbe essere evidente a tutti è quello della civiltà americana e della loro ossessione per come fare le cose (How-to) e solo per quello.

Lo diceva già Bradbury in Fahrenheit 451

La ragazzina? Era una bomba a orologeria. La famiglia costruiva sul suo subconscio, ne sono certo. Non voleva sapere, per esempio, come una cosa fosse fatta, ma perché la si facesse.

Nessuno si chiede se ha senso fare pubblicità su Internet, ma solo come.

È una cosa nuova, c’è lavoro, e quindi non ci si fanno domande.
Dalla Silicon Valley ci spiegano come farlo e noi si segue il copione.

Le stesse Università si comportano così, come se fossero delle scuole professionali.

Il complotto meno dimostrabile

La pubblicità online continua a crescere. Il giorno in cui dovesse rappresentare, che so, i tre quarti del totale, potranno dire che praticamente chiunque avrà ‘visto’ un certo banner. Beh, visto magari no, considerato da un lato che più della metà non sono visibili e dall’altro che anche quando sono visibili, la banner blindness fa il resto.

Ma sarà rimasta, spieghiamolo così, una traccia del fatto che una persona dovrebbe essere stata esposta a un certo messaggio. Incrociando questo e altri dati, potranno dire che c’è una correlazione fra quell’evento e un successivo acquisto. Solo una correlazione.

Per la pubblicità vera, quella offline o sul punto vendita, gli eventi o le PR non ci sarà neppure quella correlazione. Il che non vuol dire nulla, beninteso. Ma visto come va la ‘scienza’, avranno ‘dimostrato’ che è la pubblicità online quella che ‘funziona’.

Ti ricordi i blog?

No, intendo dire: Ti ricordi i blog prima che diventassero meri ripetitori della visione del mondo che ci veniva prima suggerita e poi sempre più imposta dalla Silicon Valley?

Poi uno dei primi blogger si mise addirittura a seguire un sacco conferenze in giro per il mondo, per raccontarci in diretta cosa dovevamo pensare riguardo al futuro.

Ti ricordi i blog prima che diventassero dei meri siti verticali (vortals, LOL) powered by WordPress da riempire con “contenuti” per poi metterci sopra dei banner?

Ti ricordi i blog prima che diventassero l’ennesima gara italiana a chi ce l’aveva più lungo, a chi aveva più visitatori, più share, neanche fossimo stati in televisione?

Ti ricordi i blog quando ancora ci si chiamava per il nome del blog eppure nessuno di noi pensava di star facendo un esercizio di personal branding? Bei tempi.

Jorge

George gioca a baseball nella squadra della sua high school a New York. Mentre i suoi amici pensano a dove andare a studiare al college, George ha altri piani.

Finita la scuola, e contro il parere dei suoi genitori, decide che bisogna vivere un po’ e che vuole realizzare il suo sogno di guadagnarsi la vita giocando a baseball.

George sa di potercela fare, se si accontenta. Mette insieme un borsone e salta su un autobus. Ben 45 ore, direzione Messico, dove verrà subito ribattezzato Jorge.

George è oggi un pubblicitario di sessanta e qualche anno, che se la deve vedere ogni giorno coi gggiovani che sanno tutto perché hanno tanti follower su Instagram.

Il suo blog, fatto di post sulla pubblicità, su New York, sulla vita, su quella stagione in Messico e sulle notti insonni passate a Saltillo è il più bel blog che io abbia mai trovato.

Quali startup?

In Europa è in atto una gara ridicola, tutti a voler scimmiottare la Silicon Valley.

A Barcellona si vantano di essere la quinta città in Europa per capitali investiti in startup tecnologiche dopo Stoccolma, Londra, Parigi e Berlino (no, non so in che ordine).

Chi ha detto che ha senso aiutare solo le startup tecnologiche?

E cosa vuol dire tecnologiche, in ogni caso?

Ha davvero senso puntare a far crescere startup che si spera verranno acquisite da Google, Microsoft, Facebook etc, e che quindi presto passeranno a non pagare le tasse?

Non avrebbe più senso cercare di aiutare giovani aziende che abbiano più a cuore la tutela della privacy? O addirittura, non sia mai detto, il bene comune?

Non sarebbe ora di pensare a una specie di movimento Slow Food delle startup?

Perché sognare la Silicon Valley, se puoi provare a cambiare la Puglia, come VaZapp?