Troppo dentro

Cosa vuol dire essere “troppo dentro” un certo settore — troppo dentro una industry come si dice in milanese — o troppo dentro a un certo modo di pensare?

Vuol dire non essere in grado da fare un passo, o un metro, o un km in fuori per dare un’occhiata alle cose con un certo distacco e da una certa distanza.

Vuol dire pensare che l’elettorato tutto stia dalla parte di quel candidato di nicchia che piace a tutti i tuoi amici o a tutti i blogger che segui (seguivi, certo).

Vuol dire raccontarsi di lavorare “in pubblicità”, neanche lavorassi con Bernbach, quando in verità fai powerpoint tutti uguali per vendere banner a un tanto al kg.

Vuol dire raccontarsi di “lavorare nella Moda”, e se poi ti mettono alle strette, dover confessare che, in effetti, fai le busta paga. Per Prada, ma fai le buste paga.

Vuol dire pensare che tutti quelli che incontri hanno o almeno potrebbero avere quel certo problema per il quale, guarda caso, tu hai o dici di avere la soluzione.

Vuol dire pensare che interessi a tutti il nuovo logo o il nuovo claim del tuo yogurt o quanti “like” ha su Facebook, quando in verità la gente compra quello che è in sconto.

E se la gente compra quello che…

E se la gente compra quello che è in sconto, non devi cambiare il logo, cretino!

Il logo, il claim, il packaging e le balle che racconti sul tuo yogurt devono rimanere il più possibili uguali nel tempo, perché il cliente se ne ricordi, un giorno.

E dei “like” non sai cosa fartene, ovviamente. E di campagne “targettizzate”, neppure, visto che è un prodotto di massa. Devi solo esserci, per quando il cliente ti vorrà.

Devi esserci sugli scaffali dei supermercati e devi esserci nella testa della gente, come uno dei possibili marchi del prodotto x che prendono in considerazione.

Quando il cliente ti vorrà, o non troverà il brand che compra di solito, o il tuo prodotto è in sconto e quell’altro no, si ricorderà di te. Non del tuo storytelling.

Essere troppo dentro

Essere troppo dentro un settore vuol dire pensare che abbia senso fare una cosa solo perché la si può fare. E pensare che interessi anche a chi lavora in altri campi.

Da qui, la necessità per le aziende di avere “conversazioni con i consumatori” su un sito blu sul quale le persone normali postano foto delle vacanze o del loro gatto.

Vuol dire pensare alla tecnologia e non alle persone, a come si fanno le cose e non a se ha senso farle oppure no, a ciò che muta e non a ciò che rimane uguale nel tempo.

Google Italia Vs Mediaset

Tanti anni fa, quando ero ottimista riguardo il ruolo che Internet avrebbe giocato nell’economia, nella politica e nella società, usavo dire che l’Italia sarebbe cambiata il giorno in cui Google Italia avesse superato Mediaset come raccolta pubblicitaria.

Se è vero che la TV vale 3,8 miliardi di Euro e Internet 3 miliardi, ormai ci siamo.

854 milioni di search advertising. Che percentuale avrà Google dei video ads? I due terzi di 870 milioni? E del display, ormai arrivato al miliardo di Euro? La metà?

Google Italia deve essere ormai non lontana dai 2 miliardi di Euro all’anno.

La cosa che più mi sconvolge, oltre al mio ottimismo naïf dell’epoca, è vedere Mediaset comportarsi come la RAI, aspettando placidamente di essere superati da Google.

Se fossero interessati ai servizi del Ned Ludd italiano, sanno dove trovarmi?

È già stato scritto tutto

Il dramma è che è già stato scritto tutto.

Orwell ci ha spiegato il comunismo e la Stasi, ben prima di Google e Facebook.

Huxley ci ha spiegato che la vera dittatura da cui non riusciremo mai a renderci liberi è quella fondata sulla cose che ci anestetizzano e che ci danno un piacere effimero.

Calvino ci ha spiegato Instagram. Tolstoj ci ha spiegato Facebook.

Ray Bradbury ci ha raccontato degli AirPod.

Mildred stava sorvegliando il pane tostato arrivare nel suo piatto. Aveva le orecchie tamponate da api elettroniche che l’aiutavano col loro ronzio ad ammazzare il tempo.

— Ray Bradbury, Fahrenheit 451

Basta leggere.

Non è difficile. Basta non accendere la TV. Basta non avere un iPad.

Basta non voler riempire ogni attimo di nulla. O, peggio, di stronzate.

I giornali del futuro sono di carta

Ieri sono stato al MUST di Vimercate per una mostra su Depero.

Tu ti ricordi di un singolo banner che fra un secolo finirà in una mostra d’arte?

Il web, o almeno questa idea del giornale gratuito sul web pagato dai banner è un errore storico. Come le automobili in città, oppure la presenza delle aziende sui sosciàl.

Dicono: eh, ma la gggente passa x ore sui sosciàl o legge il giornale online. Se è per questo, la gente passa anche mezz’ora al cesso tutti i giorni, ma ciò non rende il cesso un posto dove abbia senso comprare pubblicità. E il paragone fra il cesso e il web ci sta tutto.

I giornali del futuro sono di carta!

Quello che metti sul web è un loss leader, in modo che poi prendano al volo le tue 4 pagine del Corriere della Sera gratis in metropolitana e non quelle dei competitor. Quattro pagine, con la quarta di pubblicità. Perché la pubblicità sulla carta funziona. O può funzionare, almeno. E sai che la compri sul Corriere, e che non finirà su un video jihadista.

O su Frank che fa le scoregge sulla gente al Parco Sempione.

Quello che metti sul web è un loss leader, in modo che poi si abbonino alla tua versione premium online. Purché tu abbia contenuti di qualità da vendere.

Quello che metti sul web è un loss leader, in modo che poi il sabato mattina comprino “Corriere della Sera Week-end”. Sveglia, che si sta facendo tardi.