Quando moriranno i banner?

Quando moriranno i banner? Non lo so. In effetti, è dal 2000 che dico che moriranno. Finora non ci ho preso. O forse non ci ho preso quanto sembrava non averci preso uno che negli anni ’70 diceva che l’Unione Sovietica sarebbe finita al collasso.

Se non sono morti finora è perché, nell’ordine: Adwords ha riportato entusiasmo a tutto il settore della pubblicità sul Web; i prezzi di Adwords sono saliti così tanto che ben presto ci si è dovuti spostare anche su spazzatura che costava di meno; sono migliorati i criteri scientifici o supposti tali di fare targeting, anche se non i tassi di click, che anzi sono sempre in discesa, anche se nessuno lo vuole ammettere.

E soprattutto, non sono ancora morti perché sono cambiati i criteri in base ai quali giudicare l’efficacia o meno dei banner stessi. Se non si riesce a superare l’asticella, basta posizionarla più in basso. Come noto, il cosiddetto “Interactive Advertising” per spingere il quale fu creato IAB, Interactive Advertising Bureau, è diventato “Display Advertising” perché non ci “interagiva” (neanche un click) nessuno.

E si è smesso di guardare al risultato diretto, tipo click, compra, funziona, per accontentarsi di una ipotesi che dice che il navigatore “è stato influenzato da”, anche se non ha cliccato (e forse anche se neppure l’ha visto). Questa supposta influenza esiste o non esiste? E’ possibile che sia meno grande di quanto ci dicono? Chi lo sa; i diversi investitori pubblicitari scelgono liberamente come e quanto illudersi.

E’ però quanto meno curioso che in tutti questi calcoli che si vorrebbero “scientifici” non vengano prese in considerazione le pubblicità in tv, alla radio, sui giornali, il valore del brand, le iniziative sul punto vendita, le sponsorizzazioni, gli eventi, le PR. Se uno finisce per comprare sul web è “in parte perché ha visto un banner”. O perché “gli è stato servito”, visto che il 56% dei banner non sono neppure visibili?

Nessuno, che io sappia, stima il peso avuto dalle altre iniziative di cui sopra. Chissà, forse è semplicemente perché non ha senso produrre una giustificazione per cose che non ne necessitano una. In ogni caso, rispetto a 15 anni fa non sono più così ingenuo da pensare che bastino i fatti per far saltare un settore economico che vale svariati miliardi di dollari, e tanto meno uno così opaco da prestarsi a truffe mai viste prima.

Più semplicemente, a cosa servirà tutta questa scienza o supposta tale quando non ci sarà più nessuno a cui mostrare pubblicità? (da Adblocking goes mainstream)

Non esistono i Social Media

Lo dico da anni: Non esistono i Social Media. Esiste Facebook. Gli altri, chi se li incula? L’idea dell’esistenza dei “social media” serve solo a chi vende “consulenza per i social media”. Come se il web, prima dei “social media”, fosse stato “asociale”. O come se il web fosse stato un posto adatto alle aziende, o adatto alla pubblicità.

Il che, chiaramente, non è vero. E Facebook non è “un social network”. Facebook, che ci piaccia oppure no cambia poco, è quella roba che sta sostituendo il web.

From the blue “e” to the white “f”

Remember when the average Joe thought that Internet Explorer’s blue “e” icon somehow stood for “the Internet”? You thought that was bad?

Many in the world are at risk of growing web-literate, so to say, thinking that the Internet is a white “f” on a blue background on their Android phone.

And any time you speak of “Social Media”, you’re doing them a favour.

Facebook, plus of course Instagram, Whatsapp for those who like things simple, and their own Messenger, which they are styling after Line and WeChat and trying to make into a platform in its own right, is not “a” Social Network, but rather THE Social Network. The new AOL, as Jason Kottke said back in 2007. Facebook is what we used to have before Facebook, i.e. the Open Web, but behind closed doors, delivered very well and a bit sanitised. There are plenty of reasons why you should be worried.

One of the main reasons why I am worried is precisely because you are not.

A chi servono le statistiche

Non è una domanda: ho proprio deciso di spiegarti a chi servono le statistiche.

In breve: a chi ha qualcosa di cui si deve giustificare. Quindi, tira fuori dei numeri. Qualsiasi tipo di numeri. Idealmente, con dei bei grafici colorati. Facciamo due esempi semplici semplici: il Social Media Marketing e il Comune di Milano.

Hai deciso di “investire” dei soldi su Twitter, Vine, Vimeo, Tumblr, Instagram e sa il cielo quale altro sosciàl ancora? E’ il futuro, lo dicono tutti. Se le vendite si fossero impennate, non avresti avuto bisogno di giustificarti di nulla, giusto? Se qualcosa di strano o simpatico che hai fatto con uno di questi strumenti ti avesse portato al Tg1 delle 20, uguale.

Se invece non è chiaro cosa fai tutto il giorno e soprattutto se serve a qualcosa oppure no, devi tirar fuori delle info-balle (info-grafiche) per far capire a tutti che il tuo contributo è essenziale per il futuro dell’azienda.

Prendiamo il Comune di Milano. Lasciamo da parte le simpatie, che Maran è l’unico simpatico e alla mano che io abbia mai conosciuto del PD di Milano. Ormai sono quasi 4 anni che sono al governo. A me sembra la stessa città di prima.

Meglio: lo stesso parcheggio a cielo aperto di automobili di prima.

Sì, certo, di cose ne hanno fatte di sicuro. Una che a me piace ricordare è che hanno messo a posto le scale mobili rotte della metropolitana, cioè un lavoro oscuro per il quale non si finisce osannati sui giornali. Ma la città è cambiata? No. Sono pronto a scommettere che fra un anno, alle prossime elezioni, ci racconteranno quanti km di piste ciclabili hanno fatto. Se le cose fossero cambiate davvero, lo si vedrebbe a occhio nudo.