Un avvocato o un idraulico?

Chi preferiresti avere come sindaco di Milano: un avvocato o un idraulico?

Io un idraulico.

Un avvocato è quello che abbiamo ora, e probabilmente neppure l’ultimo degli avvocati, se è vero, come è vero, che dichiarava 800 mila Euro all’anno, prima di diventare sindaco.

Un avvocato è uno che aspetta per mesi che la situazione inquinamento peggiori, e poi, arrivato a 30 giorni di fila oltre i limiti tollerati dalla UE e passato il Santo Natale dei regali, ovviamente, chiede ai cittadini di diminuire un po’ l’immissione di acqua in una vasca che non scarica da nessuna parte, ma solo dalle 10 alle 16. Non contento della mezza misura da mezza pippa, si rende ridicolo dicendo in giro di aver fatto una scelta coraggiosissima.

Un idraulico, invece, è uno che capisce che se hai una vasca che non scarica, vuoi perché sei nel brutto mezzo di una pianura, vuoi perché vento non ce ne è mai, vuoi perché piovere non piove quasi mai d’inverno, allora devi cercare di far sì che la vasca non diventi mai piena. Ci vuole tanto a capire che bisognerebbe iniziare a disincentivare l’uso dell’auto non all’ultimo minuto e solo se la danza della pioggia non funziona — e dopo i regali di Natale, beninteso — bensì quando si accendono i riscaldamenti a ottobre?

Ci vuole così tanto a raddoppiare il ticket di Area C e i parcheggi da metà ottobre a metà aprile? Ci vuole tanto a triplicarli se le cose peggiorano, e se non è sufficiente quadruplicarli, quintuplicarli etc? Non so tu, ma io preferisco nettamente gli idraulici.

Just like today

Just like today with “social media”:

The boffins had taken over – they could bamboozle clients with all the technical jargon of this mind-boggling new media. The fact that they didn’t have the faintest notion of how you could go about having an idea didn’t matter. They could talk about 12-frame dissolves.

— John Hegarty (on television, surprisingly)

La Sharing Economy

Purtroppo a volte i markettari indovinano il nome giusto e ci fregano. Però vedere giunte di sinistra, a Milano come a Barcellona, tessere le lodi della cosiddetta “sharing economy” mi lascia perplesso. Certo, la sharing economy suona proprio bene.

La realtà però è diversa. La realtà è che non è condivisione. E’ affitto di una stanza perché non riesci più a starci dentro con le spese, e cedi quindi il tuo letto in cambio di soldi a uno sconosciuto che poi se ne va lasciando dei peli pubici nel tuo lavello.

La sharing economy era Couchsurfing, che aiutava giovani e discinte ragazze nipoti o pronipoti di quelle signore anime pie che hanno salvato i nostri nonni nella ritirata dalla Russia a vedere l’Italia e a conoscere giovani attratti dal pelo di colore biondo.

Airbnb è un business. Punto e a capo. Che la “sinistra” lo voglia legalizzare mi va bene; ma che voglia anche provare a rendere sexy un business che ha un effetto negativo sugli affitti, con gente benestante che comprerà case per affittarle, mi pare vergognoso.

E non è tutto…

Non so se te ne sei accorto, ma da quando è stato lanciato il car sharing, di Area C non si parla praticamente più. Area C era scomoda e poco popolare presso ampi segmenti della popolazione. E’ stata aggirata con un sistema che consente di “Entrare in centro”.

E no, non sono contro il car sharing. Sono cliente regolare di Share’n’go e saltuario sia di Enjoy, sia di car2go. Il problema non è il car sharing in sé; ma come si è scelto di fare il car sharing (per entrare in centro) e cosa ci si aspetta dal car sharing (i miracoli).

Ma di questo parleremo in un prossimo e articolato post. Il pm10, intanto, è alle stelle. Ma a Palazzo Marino preferiscono parlare di “sharing economy” e città “capitale dello sharing”. E delle auto parcheggiate sui marciapiedi non parla nessuno, che è una roba da gufi.

What Content Means

What content means is that advertising has been hijacked by people who are slick with their Macs and their iPhones and their iPads, and great at bullshitting you — but who know precious little about advertising.

What content means is that these geeks in weird clothes who like to be called “digital natives” have many fans and followers, both fake and real. Often more than your clueless company will ever get round to amassing.

What content means is that they tell you and your company that the medium is the message. But “being on Twitter” is neither a strategy, nor a message. McLuhan perhaps would have loved this, but it’s completely wrong.

What content means is that by now even the bean counters have figured out that writing rubbish themselves for their own companies or for their clients costs less than buying ad space on the rubbish other people write.

What content means is that advertisers think that those people, the consumers, would gobble up anything as long as it’s pushed down their throats hard. But then “organic reach” on Facebook slips into the single digits…

What content means is that there is no idea. Not just not a big one: no idea at all.

Don’t be content.