Google ha un competitor

Beh, il vero e pericolosissimo competitor si chiama Facebook, ovviamente.

Però DuckDuckGo è simpatico, è fatto bene (e da una sola persona!) e ha avuto più di 1 milione di ricerche lo scorso mese (Google qualche miliardo di ricerche, immagino).

E ora… pubblicità!

E come altro avrebbe mai potuto pensare di fare soldi Twitter? Ma come, le conversazioni, il “web2.0”, e tutte ste pistolate? Appunto. Pubblicità. E così, se il tuo fusillo-twitter aziendale non ha raccolto grandi consensi, tutto quello che devi fare è investire in pubblicità e vedrai che qualcuno in più che si iscrive lo trovi.

Non molti, secondo me, che vorrei sapere quanti degli attuali iscritti sono né dipendenti né appartenenti al circo Barnum del web2.0, Barcamp, iPhone, premio Nobel per la Pace a Internet etc, ma qualcuno lo trovi. E così anche Twitter ha deciso di consigliare di comprare pubblicità a chi di web capisce pochino.

Il che è normale, per carità: come altro avrebbe potuto fare un miliardo di dollari al mese Google se non con un sistema automatico e un po’ opaco di vendita di pubblicità sul proprio sito e su milioni di altri siti di persone che continuano a pensare di vivere in un mondo in cui vi sono da un lato “i media” e dall’altro “gli advertiser”?

Ma consentimi di essere un po’ deluso. Mi viene da pensare a cosa avrebbe potuto essere, già oggi, il web senza Adwords/Adsense. Quasi tutti questi spesso insulsi siti di “contenuti” sarebbero spariti; fare una “campagna” pubblicitaria sarebbe mille volte più difficile, su dei “target” sparpagliati in giro per la Rete e decine e decine di piccole concessionarie.

In altre parole, senza Adwords/Adsense vi sarebbero state meno scorciatoie di tipo “pubblicitario” e sarebbe stato necessario un approccio del tipo: cosa posso fare per rendere il mio sito utile peri miei clienti? E magari addirittura: cosa posso fare per essere meno rigida come azienda? Ma non succederà, pare. Certamente non a breve.

Twitter spiegato alle aziende

Sono due cose diverse: cosa è Twitter, e cosa è Twitter spiegato alle aziende. Per la seconda, iniziamo da cosa non è. Non è un mini-blog per aziende che non hanno nulla di interessante da dire e che possono quindi fermarsi a soli 140 caratteri. Per tutti costoro, il numero di caratteri giusti è zero. Zero. Tanto meno, quindi, è un posto da cui spiattellare link ai propri interessantissimi comunicati stampa. Comunicati stampa che sono così interessanti che serve poi un’agenzia pr che convinca amabilmente i giornali perché ne diano notizia. Che se no smettiamo di comprare pubblicità. Ancora: di sicuro non è un posto dove avere 200 – e neanche 1.000 – follower può essere considerato un successo. Un numero di follower che è metà dei tuoi dipendenti non è un successo. Anche perché basta minacciarli: o mi segui su twitter, o ti tolgo Internet in ufficio, che tanto come noto dare un accesso Internet in azienda ai propri dipendenti non serve a niente, che i dipendenti sono solo dei cerebrolesi che passano le giornate a leggere la Gazzetta, se non a giocare a poker online. Mentre tu che li hai assunti e che riesci a motivarli giorno dopo giorno, tu sì che sei bravo. E, in ogni caso, tutta la comunicazione, anche online, deve passare da te, che sei così esperto/a che hai capito che quello che serve davvero alla tua azienda che ha un “portale aziendale” da anno-2000 e che non risponde neppure alle email è di fare un twitter aziendale da far fare in outsourcing e in cui parlare dei fusilli. A 300 follower. Ora, se proprio vogliamo parlare di numeri, un numero di follower che sia qualche centinaia di volte il numero dei tuoi dipendenti è un successo. Almeno apparente. Perché, in un mondo fatto a rete, le cose cambiano: l’importante è che siano gli altri a linkare alle cose interessanti che fai, perché anche solo 10 persone che siano seguite da sole 100 persone è uguale – anzi, molto meglio – che inviare una comunicazione dall’azienda a 1.000 follower (e nessuna azienda italiana ne ha 1.000). Twitter, infatti, non è altro se non un sistema distribuito di condivisione dei link – un po’ come il web stesso, se ci pensi – e quindi quello che conta è quanti snodi rilanciano una notizia più che quante persone – e sempre le stesse, per di più – vengono toccate una prima volta dal tuo importantissimo messaggio aziendale. E sì, la stessa identica cosa è vera per gli update di Facebook. E per i blog. E per… Internet. Ma io allora mi faccio fare una fan page su Facebook e… E cosa? Credimi, il discorso non cambia: non è così facile trovare fan per la Fiat Duna. In altre parole: o sei interessante, aperto al dialogo e capisci davvero cosa sta succedendo, oppure stai remando contro la corrente, senza contare che stai pure rendendoti ridicolo coi tuoi tentativi di farti bello col “web2.0”.

What Twitter Really Is

Ever ask yourself what Twitter really is? Twitter is a distributed link-sharing system – much like reddit or Digg are centralised link-sharing systems. Sure, sometimes people use those 140 characters to talk about something without linking to anything, but for the most part it’s links that keep Twitter alive. In this regard, I would go as far as to say that Twitter is somehow more similar to trackbacks (links) than to blogs (and content) themselves. Delicious, while we’re at it, is both distributed (my page) and centralised (the homepage). But neither of these two aspects was really used to share links, which might explain why Delicious slowly faded away as Twitter started to soar…