Twitter spiegato alle aziende

Sono due cose diverse: cosa è Twitter, e cosa è Twitter spiegato alle aziende. Per la seconda, iniziamo da cosa non è. Non è un mini-blog per aziende che non hanno nulla di interessante da dire e che possono quindi fermarsi a soli 140 caratteri. Per tutti costoro, il numero di caratteri giusti è zero. Zero. Tanto meno, quindi, è un posto da cui spiattellare link ai propri interessantissimi comunicati stampa. Comunicati stampa che sono così interessanti che serve poi un’agenzia pr che convinca amabilmente i giornali perché ne diano notizia. Che se no smettiamo di comprare pubblicità. Ancora: di sicuro non è un posto dove avere 200 – e neanche 1.000 – follower può essere considerato un successo. Un numero di follower che è metà dei tuoi dipendenti non è un successo. Anche perché basta minacciarli: o mi segui su twitter, o ti tolgo Internet in ufficio, che tanto come noto dare un accesso Internet in azienda ai propri dipendenti non serve a niente, che i dipendenti sono solo dei cerebrolesi che passano le giornate a leggere la Gazzetta, se non a giocare a poker online. Mentre tu che li hai assunti e che riesci a motivarli giorno dopo giorno, tu sì che sei bravo. E, in ogni caso, tutta la comunicazione, anche online, deve passare da te, che sei così esperto/a che hai capito che quello che serve davvero alla tua azienda che ha un “portale aziendale” da anno-2000 e che non risponde neppure alle email è di fare un twitter aziendale da far fare in outsourcing e in cui parlare dei fusilli. A 300 follower. Ora, se proprio vogliamo parlare di numeri, un numero di follower che sia qualche centinaia di volte il numero dei tuoi dipendenti è un successo. Almeno apparente. Perché, in un mondo fatto a rete, le cose cambiano: l’importante è che siano gli altri a linkare alle cose interessanti che fai, perché anche solo 10 persone che siano seguite da sole 100 persone è uguale – anzi, molto meglio – che inviare una comunicazione dall’azienda a 1.000 follower (e nessuna azienda italiana ne ha 1.000). Twitter, infatti, non è altro se non un sistema distribuito di condivisione dei link – un po’ come il web stesso, se ci pensi – e quindi quello che conta è quanti snodi rilanciano una notizia più che quante persone – e sempre le stesse, per di più – vengono toccate una prima volta dal tuo importantissimo messaggio aziendale. E sì, la stessa identica cosa è vera per gli update di Facebook. E per i blog. E per… Internet. Ma io allora mi faccio fare una fan page su Facebook e… E cosa? Credimi, il discorso non cambia: non è così facile trovare fan per la Fiat Duna. In altre parole: o sei interessante, aperto al dialogo e capisci davvero cosa sta succedendo, oppure stai remando contro la corrente, senza contare che stai pure rendendoti ridicolo coi tuoi tentativi di farti bello col “web2.0”.

10 Responses

  1. Diego 8 April, 2010 / 15:15

    E' sempre un piacere leggerti e anche in questo post mi vedi d'accordo. Ma ti prego, dividi il testo in paragrafi; ho letto tutto d'un fiato e stavo quasi per morire :)

  2. Massimo 8 April, 2010 / 17:18

    Hai ragione, ma non sapevo dove interrompermi. Bisogna soffrire :)

  3. Massimo 9 April, 2010 / 16:12

    @gluca: io incazzoso? :)

    @vanz: gran bel post, grazie.

  4. Riccardo 9 April, 2010 / 16:44

    Santo subito!

  5. Massimo 9 April, 2010 / 21:34

    eh, lo so, dò segni di vita, ogni tanto :)

  6. Paolo 12 April, 2010 / 00:30

    Grande post. E la battuta sui fusilli me la rubo subito!

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