Il web? Un canale per la tivù

Il web, questa meravigliosa (supposta) rivoluzione che ha creato un consumatore diverso (forse fino a quando era online il 10% della popolazione: si chiama segmento alto, ovvero coloro che sanno leggere e scrivere) e che ci ha dato i “prosumer” (come fare senza?) e ci ha dilettato (per modo di dire) con l’importanza dei Social Media (…) e delle “conversazioni con i consumatori” (Oh, yeah!) sta inevitabilmente finendo per diventare un prodotto di massa come tutti gli altri, esattamente come è successo ai blue jeans, che negli anni ’60 erano da ribelli (vedi Easy Rider) e ora sono firmati e in alcuni casi pure coi diamanti.

In altre parole, e per dirla con grande poesia: il capitalismo mangia (e caga) tutto.

Il web, come ho cercato di raccontarti nel mio Ebook, è diventato uno strumento senz’anima del peggior direct marketing possibile, agli stessi livelli se non peggio dei venditori di pentole, materassi, gioielli in sconto e coltelli che tagliano anche l’acciaio che vedi in tivù quando arriva l’ora del porno (e a volte anche il pomeriggio). E questo, ironia della sorte, è successo proprio mentre la televisione, o almeno una certa televisione, ha invece elevato i propri standard, al punto che è in grado di farsi pagare direttamente dai clienti: negli USA la pubblicità vale oggi solo la metà degli incassi delle Tv.

A questo punto, il web è o monnezza gratis, tipo la roba di cui riempiamo le nostre vite sul grande sito blu, oppure, con YouTube o Netflix, uno dei canali, anche se assolutamente di terzo piano, per la diffusione di contenuti video prodotti dalla e per la televisione. Altro che “la tv è morta”, come si sente dire da quelli che ci raccontano che l’importante è “avere relazioni con i consumatori”. Quando il 78% della banda viene usata dai video, eppure il tempo speso a guardare video online è ancora pochissimo rispetto a quello passato davanti alla televisione (slide 6), sembra essere la Tv ad aver sbaragliato il web, e non il contrario.

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