Wanamaker was more than right

Turns out good ol’ John Wanamaker was more than right:

Half the money I spend on advertising is wasted; the trouble is I don’t know which half.

– John Wanamaker

Google admitted that 56.1% of all the impressions served on Google’s Display Network — that is, served by a serious company, not by an un-named organisation running a dubious ad network from the middle of nowhere — could never have been seen.

But that’s only half of the story. Or 56% of it, if you wish. The more interesting part, and the one nobody talks about, is: what do you track? Tracking systems will tell you that a user “has seen” a certain banner ad and will speculate that even though he did not bother to click on it, he was in fact influenced by it when, on a later date, he encountered another ad or did a search on Google, clicked and then converted.

But can we trust this to be true, especially when Google is selling not merely Adwords on the search results, but a large part of the banner ads as well via Doubleclick? Another good question could be: is this guess done on ads that the users have seen, or on those served to them? A further one: why do we “attribute” part of the merit to banner ads nobody clicked on, but fail to do the same with print, radio or tv ads?

Will Publicis buy Criteo?

If you asked me: Will Publicis buy Criteo? I’d answer: how am I supposed to know? What I can tell you, however, is that it’s a deal that would make sense. Certainly a lot more sense than the delusional idea that Publicis could “merge” as an equal partner with a much larger American company like Omnicom which, of course, just wanted to gobble them up.

Not to mention: Criteo could bring Publicis what they were apparently after, i.e. the number-crunching power they need if they want to stand a chance in the new digital advertising landscape — something that Omnicom never had, to my knowledge.

In this regard, few deals if any at all ever seemed as dumb as Omnicom-Publicis to me.

Aziende, Social e Canali

Qui vorremmo provare a esplorare il rapporto fra Aziende, Social e Canali. Per prima cosa: sì, ci siamo ormai rassegnati all’uso della parola Social. Di più: siamo, in effetti, convinti che “i Social” siano ormai uno dei tre mondi digitali con i quali le aziende devono confrontarsi: il web, quello che una volta veniva chiamato Open web, e che ormai in effetti Open lo è sempre di meno. Poi “i Social”, ovvero questa enclosure dell’Open web che è stata fatta dai cosiddetti social network, con Facebook che diventa il walled garden di quella che una volta era la blogosfera — e un feed reader, un post dove mettere le foto di figli, cani e vacanze, e tante altre cose; Twitter che diventa il walled garden dei link che avresti salvato sul web con delicious e di tante piccole perle che una volta avresti tenuto private; e Pinterest (c’è ancora?) che vorrebbe diventare una versione chiusa di Google Images. E infine “il Mobile”, un altro mondo (un altro silos?) chiuso e privato.

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Pubblicità per i tuoi contenuti

Anni fa ti hanno raccontato che i blog, questo regno, ai tempi, del pensiero libero sul web erano la nuova frontiera. Così, hai voluto scopiazzarli e fare quello cool, e hai lanciato un blog aziendale. Anzi, corporeit, che fa più figo. In media, è stato un fallimento: era noioso, super controllato, scritto in modo top-down e coi toni di un comunicato stampa. Stranamente, non se lo è filato nessuno.

Poi è arrivato Facebook, e ovviamente hai deciso che la colpa non era di quello che scrivevi, ma dello strumento. Su Facebook la ggente, annoiata, fa “like” di qui e di là nei confronti di vari brand. Fa nulla che si stia parlando di Apple o di Adidas; tu sei convinto che anche i tuoi cacciaviti o i tuoi vini di bassa qualità spopoleranno. Forza, si dia il via alla “produzione di contenuti” su Facebook.

Multi-lingua e in outsourcing, in modo da evitare il rischio che vi possa essere anche solo una parvenza di cuore, di spirito, di vero orgoglio aziendale. Di qualcosa di interessante, insomma. Come te scrivono, o, molto peggio, fanno scrivere, simili insulsi contenuti centinaia di altre aziende. Stranamente, la ggente preferisce le cazzate che scrivono gli amici e le foto dei loro figli.

Però qualcosa bisogna fare, e così si dà il via all’acquisto di “like” falsi su Facebook e di falsi follower su Twitter. Fino a quando queste due aziende si rendono conto che si sono spaccate la testa in quattro per nulla per cercare un modello di business: alle aziende del web e dei socialcosi non frega nulla. Tutto quello che vogliono fare è ripetere il loro jingle, come se fossero in tivù.

tl;dr

Per riassumere: ti dicono che devi “produrre contenuti” perché ti aiuteranno a vendere i tuoi prodotti. Lo fai, ma sei noioso come la morte e non riesci a distinguerti dagli altri, altrettanto noiosi. Così, prima compri falsi like e falsi follower, e poi inizi semplicemente a pagare perché la gente legga contenuti che quella grande ricerca di mercato che è il web ti ha detto essere poco interessanti.

Spendi soldi, insomma, perché la gente si sorbisca contenuti che già sai non interessano a nessuno, non funzionano e non fanno vendere nulla. Però ti ritieni uno ganzo, perchè sei diggital, mica come quelli che spendono soldi per far spot in tivù che romperanno anche i coglioni, ma fanno vendere prodotti. No, tu fai diggital, branding, sentiment, duepuntozero. Roba inutile, insomma.