il papa: ho detto una cazzata

Su, coraggio, dio santo, santo padre. Lo ammetta, ha detto una cazzata. E non un cazzata qualunque, ma una cazzata proprio grande e proprio grave. E neppure per errore, diciamocela tutta. Lei è un crociato. Lei è il Bin Laden dell’Occidente, poche balle, e io spero che possiate finire allo stesso modo. Lei ha insultato i musulmani rifacendosi a quanto detto da uno dei vostri nel secolo XIV, ai tempi in cui stavate riconquistando la Spagna dove avreste poi iniziato la persecuzione degli ebrei ai quali sotto i musulmani nessuno dava noia. Gli ebrei, le streghe, gli eretici. I secoli d’oro della sua chiesa. Abbia un minimo di decenza. Si dimetta, signor papa. Cristo, se l’ha fatto anche Tronchetti Provera, può farlo anche lei. [video: Papa Don’t Preach]

i feed… mi spiegate?

I feed sono una di quelle cose che piacciono tanto ai blogger. Anzi, direi che, nella lista delle cose che mandano i blogger in brodo di giuggiole, vengono subito dopo le tagcloud. La prima domanda, così, banale e brutale, che vorrei farvi è: ma vi sono editori che guadagnano con sta roba, o per ora nulla? Perchè, sai, uno vede un Kataweb, per dire, che prende un post altrui e lo mette sul proprio portale per metterci sopra dei bei bannerozzi, mentre gli articoli dei propri giornalisti, tutta gente che hanno a libro paga e a cui forniscono un buono stipendio, immagino, li rende disponibili allegramente via rss, senza pubblicità (o sbaglio?). E uno non capisce, insomma.
E poi ci sono sti affari, gli aggregatori di feed. Ma servono a qualcosa? Sarò un po’ tonto, ma io i blog li leggo ancora saltellando da un blog all’altro. Ho un account Bloglines e un secondo con Rojo (che è appena stata comprato da Six Apart, btw), ma mi sembra solo di avere una seconda GMail – e funzionale la metà, peraltro. Una angosciante seconda inbox con un sacco di roba che non leggerò mai tutta e che se anche leggo non posso poi archiviare come voglio (mica come GMail!) e nessuna funzionalità per dare un voto a ciò che ho letto e far capire al sistema che vorrei qualcosa di simile, e/o per leggere qualcosa che è piaciuto a persone di cui mi fido.
Infine, last but not least, visto che Ludovico ha inserito il numero di iscritti al proprio feed Feedburner nella classifica delle blogstar, perchè non ti iscrivi al mio feed? Cioè, è molto cool e molto 2.0, insomma. E poi, mi serve per tornare su in classifica. E già che ci sei, perchè non mi spieghi un po’ come si fa a far passare gli attuali recipienti dei miei feed rrs2.0 e atom sotto Feedburner? Cosa devo fare, mettere ko i miei feed originari? Si può? Come? Se non si fosse capito, ho bisogno di una mano e si apprezzano suggerimenti e si accettano sfottò. Grazie.

The day the New York Times died

Cosa stavi facendo quando è morto il New York Times? Tu, probabilmente, stavi leggendo un blog. Loro, probabilmente, erano intenti ad ammirare la loro nuova sede, progettata da Renzo Piano e attualmente in costruzione nell’Upper West Side di Manhattan. Costo: 850 milioni di dollari. Non so quanto siano costate le nuove sedi di Sole24Ore e RCS a Milano, ma c’è da pensare…
In un bellissimo articolo su Vanity Fair, Michael Wolff, giornalista e già autore di Burn Rate e di Autumn of the Moguls, cerca di spiegarci i motivi di una crisi che, fra uno scandalo e l’altro, ha portato alla perdita di quasi il 50% del valore del titolo in Borsa dal 2002. Per Wolff la colpa è senza dubbio dell’attuale timoniere ereditario del New York Times, Arthur Sulzberger.

Ma Wolff va oltre e ci spiega che per cercare di diventare l’unico vero quotidiano nazionale di un Paese così grande e con ben quattro fusi orari – a meno che si voglia considerare USA Today un quotidiano e non un free press colorato da linea aerea – il Times ha smarrito la sua anima, la sua vocazione, il suo pubblico e l’orgoglio di essere sé stesso.

E poi, c’è Internet. Un sacco di utenti unici, un sacco di pagine viste, un sacco di abbonati ai feed rss. Bene, bene. Ma è gente che non paga il giornale e a cui forse è più difficile e meno redditizio somministrare pubblicità, soprattutto se finisci per fare un giornale pensato più per i lettori che vogliono i pubblicitari che per i tuoi stessi alti standard.

A essere onesti, l’uso dei numeri da parte di Wolff quando parla di Internet è quanto meno dubbio, visto che mischia gli utenti di nytimes.com con quelli, spazzatura che rende poco, di about.com. Ma il fatto stesso che abbiano comprato about.com, come più volte segnalato anche su questo blog, è indicativo di un certo disorientamento al vertice…

About.com?

It’s as unlikely an acquisition for the Times as any could be. About.com may actually establish the baseline for the lowest level of information available on the Web (which is saying a lot): a multi-million-page mishmash of superficial, often out-of-date, dumb, frequently wrong info bits, a place you never go by choice, but only because a search engine has been “optimized” (that is, tricked) to send you there.