Qui dove una volta era tutto erba e campi adesso è pieno di tagcloud

Amo i blog: su un giornale, un titolo così lungo non me lo avrebbero mai lasciato pubblicare.
All’inizio, il blogger era un amateur. Spesso, parlava del proprio lavoro. I suoi contenuti, se li vogliamo chiamare così a tutti i costi, erano “indie”, cose di nicchia che non avrebbero potuto trovare spazio altrove. Più che parlare dall’alto di una reputazione che ancora non aveva e che non si illudeva di avere, i suoi post erano spesso un porsi delle domande, un cercare, con l’aiuto dei suoi lettori e commentatori, di capire cosa stava succedendo nel suo piccolo mondo. Provocando, magari, criticando anche aspramente la realtà o la descrizione che della sua piccola realtà vedeva fatta dagli altri media. Ma era un tentativo di capire, più che una spiegazione di come stanno le cose fatta da parte di chi tutto sa o vuol far sapere di sapere.

Dopo l’ultima Blogfest (alla quale non sono andato, peraltro), si è scatenato il pandemonio. Marco e poi anche Paolo hanno mosso critiche non da poco, per non contare poi l’acidissimo Dr. Pruno. La prima Blogfest, 5 anni fa, fu una scampagnata fra amici, senza sponsor nè veline, ma mi sa che non è la Blogfest in sé, ma l’intera blogosfera che si è fatta normalizzare dal mondo là fuori, quello tradizionale, top-down, dei grandi media e dei grandi investitori pubblicitari. I Macchianera Awards sono i Telegatti dei blog, su questo non c’è dubbio, e al posto della Lucarelli, per quanto blogger e anche simpatica da leggere, io forse avrei messo la Dottoressa Dania, magari senza microfono e a fare la non-presentatrice invece che la presentatrice.

Ma se mi chiedi quando le cose hanno iniziato a cambiare, io ti direi non con la Blogfest ma con i primi convegni, con blogger più o meno famosi invitati a parlare, da dietro una scrivania, di quanto fosse aperto ed egualitaristico il mondo dei blog, in cui chiunque poteva pubblicare. E stare dall’altra parte, fra il pubblico, per ora. Lo step successivo, direi, si ha quando le aziende iniziano a voler parlare “coi blogger”, queste strane persone, il che è un po’ strano, se ci pensi, è come se uno avesse male ai denti ma volesse un appuntamento con un professionista cellularizzato, non con un dentista. Vogliono parlare prima coi blogger (o ai blogger, verrebbe da chiedersi?), e poi, inevitabilmente, con chi sta in alto in classifica (Blogbabel come Auditel?).

Infine, il vaso di Pandora si rompe del tutto: da un lato, arrivano i circuiti di nanopublishing, e attraggono più della loro parte di investimenti pubblicitari perchè sono dei blog, e non dei siti, di auto, o cinema, o altro. Dall’altro, si apre una vera e propria corsa fra blogger che postano tanto, troppo, spesso non fanno quasi altro che ripubblicare le notizie dei grandi media, perchè vogliono scalare le classifiche, proporsi come un esperti di blog, mettersi dall’altra parte delle scrivanie ai convegni, farsi invitare a tutti i costi a qualunque tipo di incontro, scrivere sui giornali – e non con uno stile diverso, da giornale, giustamente, ma con lo stesso stile, purtroppo da giornale, spesso impersonale, freddo, senza opinioni, che utilizzano ormai sui propri blog.

Insomma, l’illusione delle magnifiche sorti e progressive dei blog era davvero solo una illusione?

Purtroppo è vero: i blog fanno schifo

Ha un bello scrivere Massimo. Cioè, tante delle cose che dice sono vere. Dire che “i blog” – tutti? – fanno schifo non ha molto senso. E’ vero che è pieno il mondo di gente che non appena sente dire “blog” dice “cheppalle!”. E tanti di questi detrattori della blogosfera passano le giornate dentro la blogosfera a commentare sui blog dicendo che i blog sono uno schifo, invece di fare delle critiche sensate come (a volte) Fabio. E magari, per ironia, dicono pure che i blog sono autoreferenziali. Loro no, immagino.

Purtroppo, però, è ormai abbastanza vero che i blog in Italia fanno schifo. Non schifo come volevano farci credere anni fa molti giornali e molti giornalisti, preoccupati di non essere più i soli galli nel pollaio. Non fanno schifo perchè sono solo dei diari di ragazzini (e che fastidio daranno mai?). O perchè le informazioni che finiscono sui blog non sono “controllate”? Controllate in che senso, poi? E non solo sono un rifugio di frustrati o di persone che non hanno altro da fare. Magari fosse così!

Ieri sera al telefono un amico mi ha detto, dispiaciuto: i siti di “social news” hanno fallito. Come in tutte le cose umane, mi ha detto, le voci dei pochi che hanno qualcosa da dire sono state soffocate dai rompicoglioni e da chi usa questi servizi solo per ego o per favorire i propri interessi economici. E dal conformismo, aggiungerei. E’ un fenomeno che avevo osservato già nel 2000 su Ciao e ancor più su Epinions. Se appena appena provavi a scrivere una recensione un po’ fuori dagli schemi, venivi cassato.

A quei tempi, scoprivo i blog. Il primo, quello sul Cluetrain Manifesto scritto dal solo Doc Searls. Forse non leggo un numero sufficiente di blog italiani per dirlo, ma con poche eccezioni mi pare si possa dire più o meno quanto il mio amico ha detto dei siti di social news: hanno fallito. Hanno fallito perchè dominati da ego, soldi e conformismo. Perchè, purtroppo, più ti adegui all’andazzo, e più il tuo blog può essere uno strumento di carriera. O, peggio ancora, di “inciuci”, tramezzini, strette di mano e promesse.

Hanno fallito perchè le notizie sono “troppo” controllate. Un sacco di blog non hanno altro che notizie. Tutti le stesse notizie. Pochi, invece, hanno uno straccio di opinione. Questi secondi, ovviamente, non vengono inclusi in Google News, mentre i primi sì. E l’illusione che i siti di “social news” potessero essere diversi si è rivelata appunto solo un’illusione. E’ così anche negli Stati Uniti? Non lo so. Si può fare qualcosa per cambiare rotta in Italia? Ne dubito fortemente, vista la brutta piega che hanno preso le cose.

Paradossalmente, penso che gli unici attori che potrebbero cambiare le cose siano le aziende. Se avessero veramente voglia di mettersi in gioco, le aziende potrebbero capire che le “marchette as usual” – come pure la “pubblicità as usual” – tanto vale lasciarle ai loro uffici stampa “offline”, alla pubblicità in tivù, alle dotcom che nel 99% dei casi si sono volute comportare come “delle vere aziende” (agenzia PR, pubblicità, condizionare il “messaggio” etc) e ai nuovi eroi della blogosfera self-markettara. Stay tuned.

Basta blog aziendali

Già detto, ma ripetiamo volentieri: il corporate blog, autentica estensione dell’ego dell’AD, è una stronzata. Un po’ meno stronzata che andare su Second Life, ma comunque una stronzata. E, per di più, rispetto a Second Life – dove non c’è nessuno e anche se ci fosse qualcuno, non si possono lasciare commenti e hyperlink – ha comunque dei rischi, tipo i commenti, o altri blog che ti linkano prendendo in giro il tuo blog.

Diversa cosa è magari fare un blog sui prodotti, scritto da tecnici, aperto a critiche e suggerimenti, o alcuni dei blog di Google che spiegano come usare i loro tool, ma, davvero, dire corporate blog è un ossimoro, è davvero come dire dolce amaro. Di blog – e forum, e discussioni un po’ in ogni dove, poi, è già piena la Rete. Se vuoi, partecipa.

Ecco dove sono gli altri blog

Complimenti a Marco che ha venduto il 30% di Blogosfere al Sole24Ore. Che ha comprato perché così possono incorporare un know how tipico delle practice più avanzate del web e in particolare di un settore in forte espansione come quello dei blog. Ma è il Sole24Ore o la Pravda? Neanche al Comintern parlavano così… Insomma, raddoppiare gli utenti unici e vendere più banner. Il che va bene, ma lo si potrebbe anche dire in italiano semplice.