No, dico, ti ricordi lo sharing ?
Quanto ci hanno fracassato i cabbasisi nell’ultimo decennio con lo sharing?
La moglie del più grande petroliere del Paese con il bike sharing.
Il sindaco comunista, che l’Italia è uno strano Paese, con il car sharing.
E ora il sindaco paninaro con il trabiccolo sharing.
Sì, insomma, i monopatini elettrici che arrivano dalla Californi-a e che sono di moda.
E, soprattutto gli ultimi due, con quella truffa chiamata sharing economy.
I numeri dello sharing
I numeri dello sharing, come ho già fatto notare, non giustificano l’entusiasmo.
3 mila auto? 8 mila biciclette? Ora magari 4 mila trabiccoli?
15 mila di questi bagagli, in una città con 700 mila auto private e 800 mila auto che arrivano in città da fuori ogni giorno feriale sono una goccia nel mare — già, l’1%.
Ma lo sharing non è una politica; è, piuttosto, una religione.
È, ancor più, un modo di confondere le acque, far vedere che si è alla moda e dare l’impressione di impegnarsi per risolvere un problema che non si vuole affrontare per davvero, quello delle auto, dello spazio pubblico occupato e dell’inquinamento.
Questi tre problemi sono problemi pubblici. Non può essere il mercato a risolverli.
Dallo sharing alle auto elettriche
E poi arriva Sala, e tira fuori la nuova tecnosoluzione dal cappello.
Tecnosoluzione: un miracolo o supposto tale prodotto dal mercato e/o dalla tecnologia che può risolvere un problema eminentemente politico in modo semplice e senza dover scontentare nessuno.
Formigoni cianciava di auto a idrogeno già nell’ormai lontano 2002.
Pisapia, come detto, aveva capito che il futuro era il car sharing.
Sala, che è uno più pratico, ha capito che distribuire soldi ai milanesi perché si comprino auto elettriche è il modo di pagarsi la rielezione con soldi pubblici.
Auto elettriche — e anche non elettriche — private pagate con soldi pubblici.
E ora chi lo racconta a quei polli di The Guardian che si sono fatti fregare?
