Capitali freschi

La logica di chi è felice ogni volta qualcuno decida di “investire” in Italia, di portare qui “capitali freschi”, come amano dire, io, francamente, non la capisco. Vedi, il problema è che purtroppo NESSUNO decide di “investire” in Italia perché qui ci sono belle teste, ottime università, un sistema di tassazione equo e semplice, gente meritevole di fiducia, poca burocrazia, un sistema di aiuti a chi vuole provare a mettersi in proprio e di tutele per chi non dovesse farcela, perché mica sempre si ha successo. No. L’Italia è l’esatto opposto di quanto sopra descritto. Nessuno viene qui a investire. Vengono qui a comprare aziende di chi è riuscito a farcela grazie a genio e duro lavoro e nonostante l’Italia, non grazie al sistema-Italia, e che magari non ce la fa più, vuoi per le tasse, vuoi per la crisi del Paese, vuoi per la mancanza di cultura manageriale che fa sì che quando scompare il fondatore della fabbrichetta, tutto vada regolarmente a mignotte, soprattutto se prende in mano l’azienda il figlio-con-MBA e abituato ad andare in giro in Porsche fin da quando aveva 20 anni. Non stanno “investendo sull’Italia” perché credono nell’Italia. Stanno comprandosi chi ce l’ha fatta nonostante l’Italia. Possibile che sia così difficile da capire?

11 Responses

  1. CB 2 March, 2015 / 15:46

    “a te cosa cambia se una azienda privata viene comprata da qualche straniero ?”

    Li’ per li’ niente. Quando pero’ poi lo straniero si porta all’estero il mercato, il know-how e soprattutto i brevetti della ditta acquistata, chiudendo quella in Italia e lasciando a casa i lavoratori/disoccupati italiani, a me come italiano magari cambia, eccome.

    • Massimo 2 March, 2015 / 16:16

      O porta all’estero le tasse, come una certa azienda di Torino.

  2. Armando 3 March, 2015 / 09:30

    Il paese A è un posto molto difficile, pieno di gente strana, regole complicate e poco trasparenti. Nessuno da fuori vuole investire lì, per cui gli abitanti sono costretti a finanziare le imprese con i loro sudati risparmi.
    Il paese B, invece, è tutto il contrario: ospitale, trasparente e voglioso di accogliere gli investitori esteri, che accorrono a frotte. E’ il Paradiso: l’economia cresce, senza rinunce.
    Dopo cinquant’anni il paese A è ricco, mentre il paese B se la passa così così.
    Fine della storia.

    • Massimo 4 March, 2015 / 19:31

      Fino a 20 anni fa, se il Paese B era UK, ci poteva stare. Oggi, direi non più.

      • Armando 5 March, 2015 / 11:04

        Il Regno Unito è un modello non replicabile.
        Con la legislazione sulla City e i paradisi fiscali oltremare, oltre ad essere un centro mondiale della finanza malata, non so quanto del loro prodotto interno lordo viene dall’evasione fiscale, dal riciclaggio e quant’altro.
        Il nocciolo della questione è che i giornali presentano gli investimenti stranieri come se fossero beneficienza pura, mentre ovviamente sono finalizzati al giusto profitto. Profitto che può restare in loco o prendere altre strade.
        Un paese avanzato non ha bisogno di finanziamenti esterni.
        La famosa copertina dell’Economista di qualche anno fa dedicata alla Francia, con la baguette pronta a esplodere, è un falso clamoroso, perché l’assunto su cui si basava era che la Francia fosse condannata al declino perché incapace di attirare capitali da fuori.
        E se queste sciocchezze le scrive un settimanale che si occupa solo di temi economici, figuriamoci cosa ci si può aspettare da un normale quotidiano italiano.

  3. Massimo 6 March, 2015 / 01:27

    Quindi, il tuo Paese A era la Francia, il tuo B era UK?

    • Armando 6 March, 2015 / 11:19

      Il Paese A per eccellenza è l’Italia, il paese B qualunque nazione che non risparmia e conta sui capitali stranieri. Non direi che sia il Regno Unito perché l'”industria” finanziaria è nelle mani degli inglesi. I capitali che transitano di lì sono la semplice “materia prima”; in sostanza, i profitti se li intascano loro. Anche se per loro si intende le classi alte.

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