Come si cambia la città? Col design che mette a posto i casini fatti da chi faceva i grandi piani (le villes radieuses e simili puttanate, insomma) e un approccio bottom-up che ascolta e premia la partecipazione dei cittadini? Sì. Ma è possibile farlo in un Paese in cui “partecipazione” vuol dire “votate per me” e “mettimi un like su Facebook”?
Con studi scientifici e politiche illuminate di alto livello messe in atto da chi capisce che il modello attuale ci porterà al collasso, fra incidenti, morti, feriti, code, tempo perso, inquinamento, riscaldamento globale, guerre per il petrolio, stress, obesità e diabete? Sì. Ma ci sono pochi Paesi che studiano meno i problemi di quanto non faccia l’Italia.
Con la tecnologia? Pur non credendo nel determinismo delle smart city, e ancora di meno in chi ciancia di smart city in una città con centinaia di migliaia di auto parcheggiate sui marciapiedi: sì, può essere. Ma il potere pubblico contribuirà a diffondere queste tecnologie e a indirizzarle nel modo giusto, o le userà come mera propaganda?
Con l’attivismo urbano? Forse, purché non stiamo ad aspettare un piano grande e omnicomprensivo. Siamo troppo litigiosi per essere bravi a fare grandi piani, e ancora meno bravi a portarli a termine. Secondo me, solo se riuscissimo ad andare a stuzzicare l’italianissimo interesse di ciascuno per il proprio particulare, come diceva Montanelli.
