Le aziende e il digggital

Nella grandissima maggior parte delle aziende, chi decide su marketing e pubblicità non è il CEO. E se anche decidesse il CEO, il CEO non è certamente Steve Jobs.

Il CEO è uno che non ha la più pallida idea di cosa sia Internet.

E neanche di cosa sia o fosse la pubblicità, di solito.

Spesso vive fra la paura di passare per vecchio e la speranza che i nuovi tool siano magia nera che funziona da dio — posso mostrare la mia pubblicità solo al target giusto!

Assume dei digital marketing manager. Qualunque cosa siano. Scarsi, in media. Polli di batteria prodotti dalle cazzate create ad arte da Google e Facebook, tipicamente.

Magari uno che ha lavorato in passato per Google o Facebook. Ma che non era bravo abbastanza e quindi l’hanno lasciato andar via. A lavorare per loro altrove.

Una volta assunti, il primo obiettivo è quello di non perdere il posto di lavoro. Google e Facebook producono un sacco di dati e di prove per aiutarli a tenersi il posto.

E ricordati: Nobody ever got fired for choosing IBM. Or Google, or Facebook.

È un dialogo fra gente che vuole solo illudersi che internet non sia un rischio, un posto dove il loro brand può essere attaccato dai piccoli o dalle truffe o dai cinesi…

L’unica cosa che interessa a tutti gli attori è dirsi che “va tutto beeeene”.

Abbiamo un sacco di follower.

Ci amano.

Qualcuno ogni tanto commenta, quindi vogliono “avere una conversazione con noi”.

Va beh, con lo stagista che lavora per la digggital pi-ar agensi.

I nostri banner li ha visti solo “il target giusto”.

Non hanno spostato una virgola di percezione del brand, attitudine a comprare etc.

Ma non importa. Era il target giusto.

Più ogni tanto, per errore, anche il pubblico che guarda video nazi o jihadisti.

È un dialogo fra ciechi e sordi e soprattutto fra incompetenti.

Perché Love is mutual misunderstanding, come amava dire Oscar Wilde.

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