L’Euro come noto è una pessima idea del piccoletto francese e del panzone tedesco.
Il Professor Mortadella — che nessuno dica che le cazzate le sparava solo Berlusconi — disse che ci avrebbe consentito di guadagnare come se avessimo lavorato un giorno di più lavorando un giorno di meno. La Thatcher (guarda un po’ se mi tocca difendere anche la Thatcher), che è di destra e quindi come noto non capisce nulla o almeno così ci dissero, disse che avrebbe stritolato le economie più deboli e periferiche.
Poi ho pensato che anche Montanelli era di destra. E Falcone. E Borsellino. E Travaglio.
E mi sono chiesto: e se per caso questi di destra fossero semplicemente dei realisti, e quelli di sinistra invece quelli che invece di andare a lezione si facevano le canne?

IMHO, se ne avessimo approfittato in quei primi anni, ora non leggeremmo mai post del genere. E la City smuove da sola un quinto della finanza mondiale, ergo è un discorso a parte… Ma lì si sta si merda: dove si vive bene non esistono scozie che chiedano secessione e ingresso nell’Euro.
Secondo me metti (anche tu) insieme cose che c’entrano poco. Conosco un sacco di gente che vive a Londra e non tornerebbe mai a Milano. Poi anche fosse che si sta di merda, non perché non sono nell’Euro. Quanto alla Scozia, penso sia un discorso lungo qualche secolo…
E poi pare che stiano finendo schiacciate anche economie che hanno scialato molto meno di noi o niente del tutto nei primi anni di Euro…
Ad ogni modo, nel mondo di oggi e nella posizione geografica che abbiamo, è impensabile pensare di farne a meno.
E’ esattamente così. Se il tuo obiettivo è distruggere l’Europa.
“Europe consists of nation states that constitute the major axes of national identity and major sources of government’s legitimisation. Staying within the euro zone may sentence some countries – which, for whatever reason, have lost or may lose competitiveness – to economic, social and civilizational degradation, and with no way out of this situation. This may disturb social and political cohesion in member countries, give birth to populist tendencies that endanger the democratic order, and hamper peaceful cooperation in Europe. The situation may get out of control and trigger a chaotic break-up of the euro zone, threatening the future of the whole EU and Single European Market.”
(Stefan Kavalek e Ernest Pytlarczyc, Controlled Dismantlement of the Euro Area in Order to Preserve the European Union and Single European Market)
Concordo. A Barcelona, per dire, i tedeschi non sono esattamente amati. I non catalani iniziano a odiare anche gli olandesi, sempre pronti, a loro dire, a fare i professorini. I catalani no; i catalani amano gli olandesi per ragioni storiche: l’Olanda è l’unico Paese che è rimasto dalla loro parte nella guerra del 1707-14 con la Castiglia in cui hanno perso tutto.
Secondo me si può fare qualsiasi cosa:
– questo Paese potrebbe continuare anche tutto intero e nell’Euro, se “solo” si aggredissero mafie, tangenti e corruzione.
– questo Paese potrebbe uscirne e campare tutto intero (Italy e Made in Italy all’estero sono brand non da buttar via) con la liretta e di solo turismo, cultura, gastronomia, vini, moda e poco altro e mandare a fare in culo i tedeschi e chiunque altro.
– un terzo o forse metà del Paese potrebbe continuare nell’Euro e il resto fuori. E forse entrambi più felici.
Ma per qualunque di queste cose servono persone in gamba che non ci sono.
Che è poi il motivo per cui da 20 anni sentiamo dire che ci deve pensare l’Europa, dobbiamo fare come vuole l’Europa, ce lo chiede l’Europa etc. La nostra “classe dirigente” era tutta a farsi le canne. E’ per quello che, al momento di trovare un’occupazione, hanno tutti scelto “la politica”. Tranne alcune delle veline di Silvio e di Matteo che erano probabilmente in tutt’altre faccende affacendate. Le rispetto un po’ di più dei cannaioli. Ma in un Paese non da night club non sarebbero ministri…
Sull’Euro si sono pronunciati parecchi economisti.
Prendiamone due, uno di destra e uno di sinistra, entrambi premi Nobel.
A common currency is an excellent monetary arrangement under some circumstances, a poor monetary arrangement under others. Whether it is good or bad depends primarily on the adjustment mechanisms that are available to absorb the economic shocks and dislocations that impinge on the various entities that are considering a common currency. Flexible exchange rates are a powerful adjustment mechanism for shocks that affect the entities differently. It is worth dispensing with this mechanism to gain the advantage of lower transaction costs and external discipline only if there are adequate alternative adjustment mechanisms. (…) By contrast, Europe’s common market exemplifies a situation that is unfavorable to a common currency. It is composed of separate nations, whose residents speak different languages, have different customs, and have far greater loyalty and attachment to their own country than to the common market or to the idea of “Europe.” Despite being a free trade area, goods move less freely than in the United States, and so does capital. (…) As a result, wages and prices in Europe are more rigid, and labor less mobile. In those circumstances, flexible exchange rates provide an extremely useful adjustment mechanism. (…) The drive for the Euro has been motivated by politics not economics. (Milton Friedman, The Euro: Monetary Unity To Political Disunity?, Projet Syndicate, 28 agosto 1997)
Europe’s crisis is not an accident, but it’s not caused by excessive longterm debts and deficits or by the “welfare” state. It’s caused by excessive austerity – cutbacks in government expenditures that predictably led to the recession of 2012 – and a flawed monetary arrangement, the euro. When the euro was introduced, most disinterested economists were skeptical. Changes in exchange rates and interest rates are critical for helping economies adjust. If all the European countries were buffeted by the same shocks, then a single adjustment of the exchange rate and interest rate would do for all. But different European economies were buffeted by markedly different shocks. The euro had taken away two adjustment mechanisms, and put nothing in its place. It was a political project; politicians thought that sharing a currency would move the countries closer together, but there wasn’t enough cohesion within Europe to do what needed to be done to make the euro work. All they agreed upon was not to have too large deficits and debts. But as Spain and Ireland so aptly showed, that wasn’t enough. There was hope that over the years, the political project would be finished. But when things were going well, there were no momentum to do anything further; and after the crisis, which affected different countries so differently, there was no will. The countries could agree only on further belt tightening, which forced Europe into a double-dip recession.
Looking across Europe, among the countries that are doing best are Sweden and Norway, with their strong welfare states and large governments, but they choose not to join the euro. Britain is not in crisis, though its economy is in a slump: it too choose not to join the euro , but it too decided to follow the austerity program. (J. Stiglitz, The Price of Inequality, Norton & Co., New York 2012, p. 220.)
Una nota divertente: il libro di Stiglitz è stato tradotto e viene citato in lungo e in largo, ma evidentemente chi ne parla si è limitato a sfogliarlo. Ho anche pensato che questo passo fosse stato espunto dall’edizione italiana. Non sarebbe poi una cosa così assurda, visto che uno dei più importanti manuali di introduzione alla macroeconomia è stato falsificato aggiungendo delle parti pro-euro, quando il libro è invece ovviamente critico.
io, che non ne capisco molto ma probabilmente più della Picierno, per dirne una a caso, trovo cose sensate in entrambe le spiegazioni.
La gente non capisce che quando tu non hai più una moneta, cessi di essere uno Stato.
Ha senso parlare del Pil della Calabria?
No.
Il passo dei due economisti polacchi è straordinariamente lapidario e preciso; in un regime di cambi fissi:
a) un paese può perdere competitività per le più svariate ragioni;
b) una volta che l’ha persa, non c’è modo di tornare indietro, è condannato.
In un regime di cambi flessibili, invece il problema della competitività dei paesi non esiste.
Nell’Organizzazione Mondiale del Commercio ci sono paesi come il Burkina Faso, il Benin, il Belize, il Burundi, il Bangladesh. Perché hanno aderito? Perché sono fessi? No, semplicemente hanno una loro moneta, e il tasso di cambio si adatta alle variazioni della loro produttività in relazione a quelle dei loro partner commerciali.
Come dire che svalutare, anche se non può essere una strategia costante come è stato sa noi non è neppure la fine del mondo. La fine del mondo è esattamente non poterlo fare.
Esatto. Il punto è che in un regime di cambi flessibili non esiste la svalutazione competitiva di cui straparlano i giornalisti ignoranti (cioè il 99%): gli eventuali apprezzamenti o deprezzamenti della propria moneta rispetto a quella degli altri paesi avvengono automaticamente, intorno a valori che tendono a mantenere in equilibrio esportazioni ed importazioni.
Il bello dei partigiani dell’Euro è che vogliono che tutto sia regolato dal mercato, tranne il valore della moneta, che deve essere fissato per decreto del Regio Governo.
La gente è convinta che Kohl abbia fatto un favore ai tedeschi dell’Est sopravvalutando i loro marchi al momento della riunificazione.
Invece ha distrutto la loro industria dalla sera alla mattina.
I famosi costi della riunificazione tedesca sono questi, non altri.
Se avesse adottato un cambio realistico, o meglio ancora avesse mantenuto per alcuni anni le due monete, lasciandole ovviamente libere di fluttuare, le industrie dell’Est sarebbero ancora in piedi.
>Il bello dei partigiani dell’Euro è che vogliono che tutto sia regolato dal mercato, tranne il valore della moneta, che deve essere fissato per decreto del Regio Governo.
Splendido.
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