Il “branding” è, essenzialmente, una truffa. Storicamente, nasce quando P&G scopre di poter vendere lo stesso sapone con nomi diversi, attrarre pubblici diversi e spuntare prezzi più elevati per prodotti che sembrano meno generalisti attraverso la sponsorizzazione di programmi alla radio, da qui in avanti “soap operas”.
Detto questo, il branding può anche essere molto divertente.
Vi ricordate ad esempio il passaggio da “Infinito”, il portale triste di British Telecom a… Genie, il portale cool di BT?
Vi ricordate la pubblicità, su Corriere, Repubblica, ovunque in radio… davvero molto berlusconiana, con il “giocatore” nuovo Genie che “entra in campo” e prende il posto di Infinito?
Favolosa. Nuovo nome… et voilà: l’azienda fa profitti. Certo, come no… Quanti miliardi hanno buttato via? 10? 20? E sulla home c’è ancora anche il marchio di Infinito.
E… la cosa più ridicola di tutte è che il marchio Infinito non è presente solo se arrivi su genie.it dopo aver richiesto infinito.it. No, no… te lo trovi davanti sempre e comunque.
Pensiamoci: digito genie.it, ed arrivo ad una pagina con 2 marchi, Genie sulla sinistra ed Infinito sulla destra. Così, tanto per confondermi un po’…
Ora, sbaglio io… o gli investimenti in “branding” teoricamente vengono fatti proprio per *evitare* che ci sia “confusione” nella testolina stupida e vuota (secondo loro) del “consumatore”? Pazzesco. A meno che… a meno che questi signori non abbiano un ego così grande da pensare che *tutti* debbano sapere del loro cambiamento di nome (con tutti i soldi che abbiamo speso! ;-)
