Quelli che…

Quelli che “chissà chi c’è dietro Grillo”. Chi ci sarà? Le grandi banche? Goldman Sachs? No, quelli stanno con Monti e con il PD. Che se ne vanta, è lì il bello. Un partito nominalmente di sinistra che si bulla di essere il partito della grande finanza mondiale, autentico cancro del mondo. Chi c’è, quindi? Casaleggio. “Un manager”. Ma come, fino all’altro ieri tutti a esaltare sti “manager”, qualunque cosa fossero, e adesso non va più bene? Anzi, “La Casaleggio”. Una società di consulenza di marketing. Il diavolo, praticamente. Seriamente: pensi che il PD, o qualunque altro partito, non si rivolga a società di consulenza? Quanto è grande “La casaleggio”? Dieci persone? Una piovra, praticamente. Quella stronzata di YouDEM, invece, non l’ha pensata una società di consulenza di marketing? E le (pessime) pubblicità di Penati? Grillo ha scelto una società più piccola e migliore. Punto.

Quelli che prima dicevano che “il Partito dei Pirati usa LiquidFeedback” e che ora ridono perché Grillo ha iniziato a usare LiquidFeedback. E continuano a passare le ora a pistolare sui loro blog, su Facebook o su FriendFeed a decidere coi loro amichetti del blog-quartiere se è meglio la Puppato o Civati, che forse in due alla Primarie potrebbero prendere il 10% dei voti. Civati, poi, non si candiderà neppure, perché così potrà fare quello nuovo e giovane e alternativo per almeno altri 10 anni. Quelli che ridono della “democrazia diretta” e continuano a lasciare che siano le segreterie a decidere tutto. Le segreterie e quella specie di reality-sciò della politica che sono i teatrini da Floris e compagnia, in cui possiamo scegliere il politico che ci sta simpatico, che parla bene o che si veste bene. Che poi, invece, quello che avrà il potere di fare le cose lo decidono comunque le segreterie.

Quelli che “il M5S non ha un programma”. E il PD, invece, che programma ha? Come fanno ad avere un programma, che non hanno ancora deciso se stanno con un democristiano divorziato con un partito pieno di mafiosi o con un post-comunista chiacchierone che sembra Lorenzo, il maturando di Guzzanti? E la cosa più bella é che ti dicono senza problemi che “le alleanze dipendono dalla legge elettorale”. Cioè, scegli con chi stare solo in base a calcoli che ti diranno quanti voti puoi pensare di portare a casa, e quindi quante cadreghe ben retribuite puoi spartirti, nelle commissioni, nelle authority, nelle società partecipate dallo Stato etc. Eccolo, il “programma” del PD – come di tutti gli altri, solo che qualcuno si fa ancora stupide illusioni: occupare lo Stato e spartirsi posti troppo ben retribuiti. E sai qual è il guaio? Che c’è gente in buona fede che ancora non capisce. Sveglia!

Barcelona

Ogni 5 anni, dal 1992, faccio un salto a Barcelona. Dovrei tornarci più spesso, o forse trasferirmi. Mentre Milano è sempre uguale, o sempre peggio, ogni volta che torno a Barcelona c’è qualcosa di nuovo, e bellissimo. Avevo già dormito al Raval 5 anni fa, ma d’inverno, e vedere la Rambla del Raval piena di gente che mangia fuori fa impressione, se penso a quanto era pericoloso il quartiere 20 anni fa. Barceloneta è diventata da cartolina. Almeno il 90% della spiaggia è libera, e ci sono docce, fontanelle e bagni pubblici, puliti, belli e gratuiti. Non solo: c’è un servizio per aiutare ad andare in spiaggia anche chi è in carrozzina, mentre a Milano fanno fatica a uscire di casa a causa delle auto sui marciapiedi. Sul lungomare, pieno di gente a piedi, in bici, in pattini e in skateboard. Sicurezza: una sensazione di sicurezza totale. Senso di comunità: pazzesco. A Gracia, un sacco di negozi che vendono prodotti bio e a km zero. Al Parc de la Ciutadela, un nuovo centro sportivo pubblico splendido. Come é possibile?

Sono più ricchi di noi in Lombardia? Non penso, anche se sì, sono indubbiamente ricchi. Hanno più capitali dall’estero? Non credo. Hanno meno evasione fiscale? Sì, senza dubbio, ma hanno anche tasse più basse. Che è anche uno dei motivi per cui hanno meno evasione. E servizi migliori, che è un altro dei motivi. E molto più senso civico e del bene comune, che è forse ciò che sta alla base di tutto. Ma alla fine, visto che politica è poi in primis una questione di sghei, quanto pagano di tasse? Quanto rimane in loco, alla città, alla provincia e alla regione? Possiamo dire, qui in Lombardia, Italia Ens Roba? Faremmo molto meglio, se avessimo più soldi da tenere qui e investire qui? O sarebbe addirittura peggio, considerando i fenomeni che abbiamo, i Formigoni, Penati, Minetti e Renzo Bossi?

il PD immaginario

Ho già scritto più volte di come difficilmente possa definirsi “di sinistra” un partito pro-TAV, pro energia nucleare, contro i girotondi, contro i referendum, chiuso ai cittadini, che invita alle proprie feste Schifani e Sallusti, che dà dei fascisti agli avversari, timoroso delle Primarie, dalla parte di Napolitano e Mancino e non della Procura di Palermo e di Salvatore Borsellino, incerto sui diritti civili etc. Ma ogni volta che leggo persone che vorrebbero “un altro PD”, mi viene da picchiare la testa contro il muro. Un altro PD c’è solo nella vostra immaginazione! Guardiamo i blocchi sociali, se così possiamo ancora dire, che votano PD. Quanti operai votano PD? Quanti, invece, hanno preso a votare SEL, IDV, M5S o, al Nord, Lega? E gli studenti, i disoccupati o, ancor più, i co-co-co-pro, le piccole partite iva, i piccoli artigiani, i laureati che lavorano nei call center a 800 Euro al mese o i due milioni e mezzo di italiani fra i 25 e i 40 anni che se ne sono andati via? Arriva al 10% dei voti il PD, fra questi? O, ancora, guardiamo la cosiddetta classe dirigente, comunisti ammuffiti che sono ancora lì venti e più anni dopo la caduta del Muro e democristi come Bindi, Fioroni e Letta. Ovviamente, quelli che vorrebbero “un altro PD” sono tutti contro Renzi. Ora, Renzi può piacere o meno – e secondo me difficilmente sarà in grado di rivoltare il partito come un calzino come andrebbe fatto; ma Renzi può vincere, mentre è del tutto inutile fare le anime belle a favore di Ignazio Marino, che alle scorse Primarie se ben ricordo ha preso circa un terzo dei voti di Bersani. O a favore della Serracchiani, che dopo il bel j’accuse di 5 anni fa è stata promossa e rimossa, mandata in Siberia al Parlamento Europeo a studiarsi il nuovo Vangelo del PD, la TAV e quella puttanata criminale di un’idea di un’Italia come base logistica del Mediterraneo e che da anni non fa altro che parlare di Corridoio 5, l’alta velocità per portare via treno gli sgombri da Lisbona a Kiev e addirittura di un corridoio Rotterdam – Genova, forse per scambiare, sempre a 300 km/h, immagino, le aringhe col tonno. Civati? Pensi davvero che Civati, per di più con Renzi già in campo, possa arrivare al 10%? Non fra i blogger amichetti tuoi – nel mondo reale, intendo, alle Primarie quelle vere. Scalfarotto, infine, il candidato per eccellenza della chattering class della blogosfera italiana, secondo me prenderebbe meno voti di Suor Rosy. In altre parole: anche io vorrei un PDL in mano a un 40enne come Cameron che è a favore dei matrimoni gay e una Lega simile a CiU in Catalunya. Ma non è così. Renzi è quello che passa il convento. Renzi è, in un certo senso, esattamente l’Obama italiano: un moderato. Perchè Obama non è JFK, e tanto meno Bob Kennedy. Obama 50 anni fa, prima che il Paese diventasse una repubblica cristiana sunnita – alleata infatti con l’Arabia Saudita e in guerra fredda con l’Iran sciita – avrebbe potuto essere un Repubblicano illuminato da mettere in campo contro JFK, se solo fosse stato bianco. Renzi è bianco, e quindi candidabile, giovane e anche simpatico, a suo modo. Non ti piace e al tempo stesso non ti fidi del M5S? Va bene, continua a votare Bersani (e D’Alema, Letta, Bindi etc). Ma smettila di illuderti che sia possibile “un altro PD”.

La Diada de Catalunya

Prima premessa: non amo le manifestazioni di piazza. Non ho mai fatto una singola manifestazione al liceo, quando i sinistri manifestavano con la tovaglia palestinese al collo ogni sabato, purchè non piovesse o non facesse troppo freddo, un sabato contro Pinochet e l’altro contro Israele – e non hanno mosso invece un dito contro i compagni che spararono addosso agli studenti in Piazza Tienanmen. Non ero a Genova, anche perché ero a Berlino, quei giorni, in mezzo a tedeschi allibiti e che non mi volevano lasciare tornare a casa “in un Paese del genere”. Non sono mai andato a una manifestazione per il 25 Aprile, anche perchè non capisco perchè uno possa diventare Sindaco di Milano o di Roma, o Presidente della Camera, o Ministro dell’Interno etc e essere persona non grata alle celebrazioni del 25 Aprile. E non sono mai andato nè mai andrò al Primo Maggio, perchè ritengo il lavoro non un diritto bensì una vera fortuna e una benedizione per chi nella vita per una serie di circostanze riesce a fare qualcosa che ama e invece solo un dovere nei confronti della società e una sfiga per chi fa un lavoro di merda. Il diritto secondo me è a uno stipendio minimo di sussistenza per tutti. Il lavoro, un dovere, e che va fatto come un dovere, non concesso come un “diritto” – un “diritto” mediato da partiti, chiesa, mafie o sindacati ad andare a morire in fabbrica a Taranto in condizioni che forse non hanno più nemmeno in India, nè ovviamente trattato come un “diritto” una volta che lo si è ottenuto da chi può far finta di lavorare che tanto non viene licenziato lo stesso.

Seconda premessa: non avevo nessuna idea di quello a cui stavo per assistere. Sono finito a Barcellona il 10 e 11 settembre per caso; la sera del 10 sono stato a una piccola manifestazione di recita di quartiere di poesie e canzoni in catalano a Gracia, e vi ho trovato penso non più di trecento persone, in buona parte nonne coi nipotini. La città era sì piena di bandiere catalane – bandiere, voglio far notare, su edifici di aziende, tipo El Corte Inglés, o edifici pubblici, tipo la Universitat de Barcelona, o la Borsa – ma ero fin sorpreso, la mattina dell’11, quando ho trovato bar e i negozi tutti chiusi. Così sono sceso verso Plaça de Catalunya, e ho iniziato a seguire i primi manifestanti, di tutte le età, di tutti i colori. Alcuni con La Senyera, la bandiera della Catalunya, ma dieci volte di più quelli con La Estelada, la bandiera separatista. E tutti dispostissimi a spiegare in inglese ai turisti cosa stava succedendo. Sono finito prima in mezzo ai secessionisti socialisti, poi in mezzo agli anticapitalisti, poi andato a una esibizione di pubblicità dell’Art Directors Club of Europe, poi a un museo, poi in spiaggia a Barceloneta, poi nella zona dell’Arc de Triomf dove si riunivano quelli che volevano difendere la lingua, poi assistito al passaggio dei centri sociali pro secessione. Tutto senza transenne, libero, aperto, senza un grido, una provocazione, una violenza, una scritta sui muri. Niente. La Guardia Civil spagnola era fuori dalle sedi della polizia, ma super tranquilla. Poca o nulla anche la polizia locale. Alla sede della Delegacion del Gobierno, la Prefettura, qualcuno aveva attaccato uno striscione che diceva Ambaixada Espanyola. Nessuno lo ha tolto, neanche ore dopo.

Quando verso le 18 sono finito alla Estaciò de França, i cancelli totalmente aperti per lasciare entrare le persone, ho pensato che fosse finita, che chi era arrivato dalla provincia stesse tornando a casa. Ma non avevo fatto i conti con la città di Barcelona, con il fiume di gente che stava scendendo dalla città alta, una moltitudine infinita che stava occupando, come veniva mostrato sui mega schermi in diretta televisiva e ripreso dagli elicotteri, tutta la sede stradale del Passeig de Gracia e poi la Rambla e la via Laietana, con praticamente tutta la città del tutto chiusa al traffico automobilistico, e gente di tutte le età, compresi un sacco di bambini piccolissimi, di tutte le classi e di tutti i tipi, catalani e non, immigrati di tutti i posti, e anche turisti, che scendevano ordinati e pacifici verso il lungomare e che hanno poi aspettato in silenzio festoso, applausi moderati e grida di in-inda-independencia e foglietti verdi, i messaggi del Parlamento Catalano, rigorosamente in catalano anche se parlato in modo lento e chiaro, perché tutti potessero capire, i motivi che avevano portato la Catalunya a dire basta, la richiesta di indipendenza, e i ripetuti, quanto assolutamente superflui, appelli a stare tranquilli, non provocare e non lasciarsi provocare, perchè era una festa e una grande giornata per tutti, ciascuno che cercava la propria versione di un Paese che per ora non c’è, e infine un applauditissimo saluto e sentitissimo addio, questa volta in castellano, alla Spagna.

Cosa dire? E’ stata una cosa incredibile, una festa, una manifestazione civilissima, totalmente pacifica, aperta a tutti, un esempio di un popolo molto più avanti e molto più a sinistra dei propri pur bravissimi – basta vedere come è tenuta bene Barcellona! – governanti, troppo interessati a gestire, come i hanno detto in molti, i rapporti con la Spagna. L’inizio, probabilmente, di una nuova nazione, e una cosa che mi par di capire nessuno in Italia ha provato a seguire come meritava, tutti intenti come siamo a guardarci il nostro ombelico e le nostre piccole quanto inutili guerre intestine. Bersani con chi sta? E Casini? E che Legge Elettorale faremo? Ma chissenefotte. Nessuno, piuttosto, che sia interessato a capire come e perchè una società intera, o almeno moltissime persone di classi, cultura ed educazione diversissime si schierino a favore di un progetto nuovo, di una specie di nuovo Fronte Popolare che mischia rivendicazioni economiche e crisi, e dice no ai tagli sociali, alle multinazionali, alle mafie, al FMI, e sì alla difesa della terra, ai prodotti locali etc. Temi che non interessano, si vede, in un Paese come l’Italia in cui si fa molto prima a dipingere ed etichettare come di destra ogni nazionalismo, anche uno che chiama a cantare l’inno catalano una cantante blues americana di colore. Temi che non interessano in un Paese dove è sempre un noi contro di loro, e dove lo scopo di questa guerra civile fredda che chiamiamo politica è solo accaparrarsi “posti”, mettere i propri uomini e gestire favori, tangenti, lavori pubblici inutili etc.