Dizionario di milanese

E no, prima che tu dica: ecco un altro post “leghista”! Au contraire, mon ami: questo è un post pro-integrazione, per aiutare chi arriva a Milano da lontano a cercare un lavoro nella piccola grande mela italiana, specialmente un lavoro in campo web, pubblicità, moda, design e tutte quelle altre fighetterie assortite che sono il punto forte di questa città. Ma è utile anche se arrivi da Como, che saranno solo 50km, anche se un’ora di treno con le RF, Regie Ferrovie, ma uno che arriva da Como dopo una settimana potrebbe ben dire: ma dove cazzo sono finito? A Milano, amico mio.

Ma che lingua parlate, voi a Milano? E’ una bella domanda. Lunedì ho ritrovato una bozza di dizionario di milanese che ho scritto più di un anno fa. Vorrei provare a condividerne con voi l’abc, sperando che dalla lettera d in avanti mi vogliate dare una mano voi, come ai bei tempi…

Dizionario di milanese — versione completa: dizionario di milanese

aperitivo: come disse un amico, a Trieste xe na roba che se beve, qui xe na roba che se mangia! Vedi anche sotto, Happy Hour, che, in effetti, aperitivo no xe inglese abbastanza, ciò…

assessment: il sesso non c’entra, che il sesso, a Milano, è una roba di cui si parla, non una roba che si fa. Un po’ come l’aperitivo, insomma. E ogni valutazione che non sai bene come fare, la chiami assessment, così è chiaro fin dal principio che non era una cosa tanto facile da fare…

automotive: nel linguaggio da aziendalista, il settore automobilistico. Bello, vero?

beauty, più spesso: “il beauty” (lombardismo): quello che in inglese vero si chiama: beauty case.

bookare: che prenotare fa schifo, non è abbastanza cool

brief: nel mondo anglosassone, brief sono anche quelle che una volta a Milano si chiamavano i mudand, le mutande. Ora, i maschi hanno tutti i boxer, e le donne il tanga. Nero, in modo che si veda sui pantaloni bianchi. E i brief, quei documenti che dovrebbero essere elaborati dai clienti per affidare un lavoro a un’agenzia, molto spesso, non sono nè corti nè concisi…

brunch: crasi di breakfast e lunch, negli USA inizia, la domenica, verso le 11 del mattino e continua fino a quando l’ultimo commensale non ha assunto la sua overdose mensile di zuccheri e grassi. A Milano, invece, inizia alle 13, e più che altro serve alle giovani coppie con figli che non hanno voglia di cucinare, tipicamente lei donna manager e lui figlio di papà fighetto con “le Bikke” a 40 anni…

chart: guardiamo le chart, che i grafici fanno veramente schifo e non servono a nulla.

check-up: i controlli, dal medico o dal dentista, a Milano non li fa più nessuno.

coffee-break: che le pause caffé, chiaramente, sono robe proletarie…

company: ormai orribilmente usato al posto di azienda. Tipo: nella nostra company

competitors: i competitors, con la “s” che non ci va, ovviamente, sono i tuoi concorrenti, se sei un’azienda, oppure i tuoi rivali (in amore).

confidente: queste parole sono le peggiori. In italiano, un “confidente” è una persona di cui ti fidi e a cui ti senti di fare delle confessioni di tipo intimo e personale. In inglese, confident vuol dire tutt’altro, ovvero fiducioso. Ma è pieno di pirla che non sanno l’inglese ma che sono un po’ come la mia insegnante di inglese delle scuole medie, che parlava inglese con accento veneto, e italiano con accento inglese, per darsi un tono, e che dicono: sono confidente che ce la faremo

curricula: tipicamente, usata dalle shampiste che vogliono far vedere che hanno studiato un po’ di latinorum. Ma non molto italiano, visto che in italiano le parole straniere vanno usate sempre e solo nella loro forma al singolare. Eccezione: solo quelle che non ne hanno una, tipo: “jeans”, oppure “mass media”. Già, anche dire che “la radio è un medium di massa” è un errore. E un orrore.

customer care: non so neanche più come si dice in italiano. Assistenza clienti? Ma vuoi mettere, quanto fa figo, o meno sfigato, poter dire che lavori nel cutomer care di un’azienda automotive?

Ora scusami: ho una deadline da rispettare, ma aspetto con ansia le vostre suggestioni