The day the New York Times died

Cosa stavi facendo quando è morto il New York Times? Tu, probabilmente, stavi leggendo un blog. Loro, probabilmente, erano intenti ad ammirare la loro nuova sede, progettata da Renzo Piano e attualmente in costruzione nell’Upper West Side di Manhattan. Costo: 850 milioni di dollari. Non so quanto siano costate le nuove sedi di Sole24Ore e RCS a Milano, ma c’è da pensare…
In un bellissimo articolo su Vanity Fair, Michael Wolff, giornalista e già autore di Burn Rate e di Autumn of the Moguls, cerca di spiegarci i motivi di una crisi che, fra uno scandalo e l’altro, ha portato alla perdita di quasi il 50% del valore del titolo in Borsa dal 2002. Per Wolff la colpa è senza dubbio dell’attuale timoniere ereditario del New York Times, Arthur Sulzberger.

Ma Wolff va oltre e ci spiega che per cercare di diventare l’unico vero quotidiano nazionale di un Paese così grande e con ben quattro fusi orari – a meno che si voglia considerare USA Today un quotidiano e non un free press colorato da linea aerea – il Times ha smarrito la sua anima, la sua vocazione, il suo pubblico e l’orgoglio di essere sé stesso.

E poi, c’è Internet. Un sacco di utenti unici, un sacco di pagine viste, un sacco di abbonati ai feed rss. Bene, bene. Ma è gente che non paga il giornale e a cui forse è più difficile e meno redditizio somministrare pubblicità, soprattutto se finisci per fare un giornale pensato più per i lettori che vogliono i pubblicitari che per i tuoi stessi alti standard.

A essere onesti, l’uso dei numeri da parte di Wolff quando parla di Internet è quanto meno dubbio, visto che mischia gli utenti di nytimes.com con quelli, spazzatura che rende poco, di about.com. Ma il fatto stesso che abbiano comprato about.com, come più volte segnalato anche su questo blog, è indicativo di un certo disorientamento al vertice…

About.com?

It’s as unlikely an acquisition for the Times as any could be. About.com may actually establish the baseline for the lowest level of information available on the Web (which is saying a lot): a multi-million-page mishmash of superficial, often out-of-date, dumb, frequently wrong info bits, a place you never go by choice, but only because a search engine has been “optimized” (that is, tricked) to send you there.