Prima premessa: non amo le manifestazioni di piazza. Non ho mai fatto una singola manifestazione al liceo, quando i sinistri manifestavano con la tovaglia palestinese al collo ogni sabato, purchè non piovesse o non facesse troppo freddo, un sabato contro Pinochet e l’altro contro Israele – e non hanno mosso invece un dito contro i compagni che spararono addosso agli studenti in Piazza Tienanmen. Non ero a Genova, anche perché ero a Berlino, quei giorni, in mezzo a tedeschi allibiti e che non mi volevano lasciare tornare a casa “in un Paese del genere”. Non sono mai andato a una manifestazione per il 25 Aprile, anche perchè non capisco perchè uno possa diventare Sindaco di Milano o di Roma, o Presidente della Camera, o Ministro dell’Interno etc e essere persona non grata alle celebrazioni del 25 Aprile. E non sono mai andato nè mai andrò al Primo Maggio, perchè ritengo il lavoro non un diritto bensì una vera fortuna e una benedizione per chi nella vita per una serie di circostanze riesce a fare qualcosa che ama e invece solo un dovere nei confronti della società e una sfiga per chi fa un lavoro di merda. Il diritto secondo me è a uno stipendio minimo di sussistenza per tutti. Il lavoro, un dovere, e che va fatto come un dovere, non concesso come un “diritto” – un “diritto” mediato da partiti, chiesa, mafie o sindacati ad andare a morire in fabbrica a Taranto in condizioni che forse non hanno più nemmeno in India, nè ovviamente trattato come un “diritto” una volta che lo si è ottenuto da chi può far finta di lavorare che tanto non viene licenziato lo stesso.
Seconda premessa: non avevo nessuna idea di quello a cui stavo per assistere. Sono finito a Barcellona il 10 e 11 settembre per caso; la sera del 10 sono stato a una piccola manifestazione di recita di quartiere di poesie e canzoni in catalano a Gracia, e vi ho trovato penso non più di trecento persone, in buona parte nonne coi nipotini. La città era sì piena di bandiere catalane – bandiere, voglio far notare, su edifici di aziende, tipo El Corte Inglés, o edifici pubblici, tipo la Universitat de Barcelona, o la Borsa – ma ero fin sorpreso, la mattina dell’11, quando ho trovato bar e i negozi tutti chiusi. Così sono sceso verso Plaça de Catalunya, e ho iniziato a seguire i primi manifestanti, di tutte le età, di tutti i colori. Alcuni con La Senyera, la bandiera della Catalunya, ma dieci volte di più quelli con La Estelada, la bandiera separatista. E tutti dispostissimi a spiegare in inglese ai turisti cosa stava succedendo. Sono finito prima in mezzo ai secessionisti socialisti, poi in mezzo agli anticapitalisti, poi andato a una esibizione di pubblicità dell’Art Directors Club of Europe, poi a un museo, poi in spiaggia a Barceloneta, poi nella zona dell’Arc de Triomf dove si riunivano quelli che volevano difendere la lingua, poi assistito al passaggio dei centri sociali pro secessione. Tutto senza transenne, libero, aperto, senza un grido, una provocazione, una violenza, una scritta sui muri. Niente. La Guardia Civil spagnola era fuori dalle sedi della polizia, ma super tranquilla. Poca o nulla anche la polizia locale. Alla sede della Delegacion del Gobierno, la Prefettura, qualcuno aveva attaccato uno striscione che diceva Ambaixada Espanyola. Nessuno lo ha tolto, neanche ore dopo.
Quando verso le 18 sono finito alla Estaciò de França, i cancelli totalmente aperti per lasciare entrare le persone, ho pensato che fosse finita, che chi era arrivato dalla provincia stesse tornando a casa. Ma non avevo fatto i conti con la città di Barcelona, con il fiume di gente che stava scendendo dalla città alta, una moltitudine infinita che stava occupando, come veniva mostrato sui mega schermi in diretta televisiva e ripreso dagli elicotteri, tutta la sede stradale del Passeig de Gracia e poi la Rambla e la via Laietana, con praticamente tutta la città del tutto chiusa al traffico automobilistico, e gente di tutte le età, compresi un sacco di bambini piccolissimi, di tutte le classi e di tutti i tipi, catalani e non, immigrati di tutti i posti, e anche turisti, che scendevano ordinati e pacifici verso il lungomare e che hanno poi aspettato in silenzio festoso, applausi moderati e grida di in-inda-independencia e foglietti verdi, i messaggi del Parlamento Catalano, rigorosamente in catalano anche se parlato in modo lento e chiaro, perché tutti potessero capire, i motivi che avevano portato la Catalunya a dire basta, la richiesta di indipendenza, e i ripetuti, quanto assolutamente superflui, appelli a stare tranquilli, non provocare e non lasciarsi provocare, perchè era una festa e una grande giornata per tutti, ciascuno che cercava la propria versione di un Paese che per ora non c’è, e infine un applauditissimo saluto e sentitissimo addio, questa volta in castellano, alla Spagna.
Cosa dire? E’ stata una cosa incredibile, una festa, una manifestazione civilissima, totalmente pacifica, aperta a tutti, un esempio di un popolo molto più avanti e molto più a sinistra dei propri pur bravissimi – basta vedere come è tenuta bene Barcellona! – governanti, troppo interessati a gestire, come i hanno detto in molti, i rapporti con la Spagna. L’inizio, probabilmente, di una nuova nazione, e una cosa che mi par di capire nessuno in Italia ha provato a seguire come meritava, tutti intenti come siamo a guardarci il nostro ombelico e le nostre piccole quanto inutili guerre intestine. Bersani con chi sta? E Casini? E che Legge Elettorale faremo? Ma chissenefotte. Nessuno, piuttosto, che sia interessato a capire come e perchè una società intera, o almeno moltissime persone di classi, cultura ed educazione diversissime si schierino a favore di un progetto nuovo, di una specie di nuovo Fronte Popolare che mischia rivendicazioni economiche e crisi, e dice no ai tagli sociali, alle multinazionali, alle mafie, al FMI, e sì alla difesa della terra, ai prodotti locali etc. Temi che non interessano, si vede, in un Paese come l’Italia in cui si fa molto prima a dipingere ed etichettare come di destra ogni nazionalismo, anche uno che chiama a cantare l’inno catalano una cantante blues americana di colore. Temi che non interessano in un Paese dove è sempre un noi contro di loro, e dove lo scopo di questa guerra civile fredda che chiamiamo politica è solo accaparrarsi “posti”, mettere i propri uomini e gestire favori, tangenti, lavori pubblici inutili etc.

Penso che hai capito la Catalogna. Un saluto cordiale.
Ora devo trovare il modo di trasfermici :)
Bella anche Valencia, BTW. Bei posti, bella gente.
sì bella barcellona. poi magari un giorno mi spiegherai come si concilia la tua ammirazione per il modo di manifestare tranquillo, moderato, civile, senza un grido, senza una provocazione dei catalani, con il tuo voto a uno che non fa altro che urlare, provocare, mandare affanculo il prossimo e definire gli avversari politici degli zombi.
Non mi risultato in mano a una banda di ladri e morti viventi, a Barcellona.