Dopo aver letto questo bel post del Comitato del Bike Sharing di Roma, ho avuto una specie di epifania: sta a vedere che siamo alle solite, alla sinistra tafazzi che preferisce contarsi e dirsi quanto sono bravi e buoni e alternativi e à la page che provare a vincere e cambiare le città e la società; all’avanguardia del proletariato a cui non interessa nulla del proletariato, del peloton, del gruppo, attardato, più indietro, e di cui fanno parte non solo i cosiddetti ciclisti, come se avere una bici con lo scatto fisso fosse sufficiente ad appartenere a questo gruppo, ma anche chi la bici la prende ogni tanto, chi semplicemente non vuole più auto sui marciapiedi, gli anziani che ormai non escono di casa perchè agli incroci non si vede nulla, con auto parcheggiate ovunque, i bambini che rischiano la vita, o ogni tanto ce la lasciano, come il povero Giacomo in via Solari – e le mamme!
Questa rivoluzione la faranno le mamme, o non si farà. E dobbiamo chiederci: vogliamo “salvare i ciclisti”, e magari metterli in tanti bei recinti chiamati “piste ciclabili”, o vogliamo cambiare le nostre città? Capisco bene che #salva-ambiente non interessi a nessuno, purtroppo, ma #salva-portafoglio? Se la benzina costa il doppio di 10 anni fa e le auto sono diventate più grandi, per deduzione dico che il cervello è diventato più piccolo. Vogliamo far notare questa assurdità a tutti, anche a chi non frega nulla delle bici e dell’ambiente e di cosa fanno ad Amsterdam, che tanto, se mette il naso fuori dai patrii confini, va quasi di sicuro in un “ressort all-inklùsiv con cucina italiana”? Vogliamo che il fatto che uno è gay oppure no sia importante come il fatto che abbia i capelli lisci o ricci, o preferiamo continuare con i carnevali? Non ho nulla contro i carnevali. Ma: cambiano il mondo?
Tolleranza è una delle due parole più usate a sproposito in Italia. L’altra, ovviamente, è “democrazia”. L’Italia è una partitocrazia, una cleptocrazia, una leccaculocrazia e una gerontocrazia.
Milano, v.le Romagna, domenica di Pasqua. La città è semi vuota. Un SUV deve parcheggiare. Sul marciapiede, perchè è più comodo. Per andare a bere il caffé o a comprare le sigarette. Roba importante. So già cosa succederà. Il filobus arriverà, l’autista imprecherà, ma poi dirà: va beh, ce la faccio a passare. E amen. In un Paese intollerante – intollerante verso gli stronzi e chi non segue le regole, tipo UK, non intollerante con chi è gay o ha l’orecchino o ama uscire di casa coi calzini di colore diverso – l’autista si sarebbe fermato, avrebbe chiamato i vigili e non si sarebbe mosso fino a quando il SUV non fosse stato rimosso, e multato anche per interruzione di pubblico servizio.
“Devi essere tollerante!”. Quante volte me lo sono sentito dire? Tollerante di tutto, senza distinguere il bene dal male. Quante volte mi sono sentito dire: che fastidio dà a te la chiesa? Come se il fatto che desse fastidio ad altri fosse irrilevante. Altre espressioni che non capisco: quelli che parlano di “tolleranza” coi gay. E con quelli coi capelli rossi no? Come, “tolleranza”? Fatti i cazzi tuoi, e basta. Tollerante con chi parcheggia sui marciapiedi – ah, quanto è “tollerante” la Milano di Albertini! “Tollerante” con chi copia in classe, anche se sta rubando. E poi, tollerante con chi raccomanda il figlio, o con chi evade le tasse, o ruba soldi pubblici. Basta – è ora di essere intolleranti.
Perchè a Milano sentiamo sempre questi riferimenti, che a me personalmente sanno molto di Milano da bere socialista, alla “Milano europea”, ai “livelli europei”, agli standard europei etc?
E’ molto semplice: perchè l’Italia non è Europa, e Milano cerca, sempre più faticosamente, di appartenere più al mondo che sta al di là delle Alpi che non a quello che sta a Sud delle Alpi.
Non è un giudizio – è un dato di fatto. Hai mai parlato con uno svedese? Se dice “next month I’ll come to Europe”, per lui è assolutamente normale. Lui vive in Scandinavia, non in “Europa”.
E’ la stessa cosa di un sardo che ti dice che ha un fratello che lavora “in continente”, in quel Paese al di là del mare che chiamiamo Italia. O un catalano: quando va a Madrid, va “in Spagna”.
Nelle strade principali, ci sono tante auto. Due corsie per le auto, una per le bici. Nelle stradine, pochissime auto, e bici ovunque. Ciclisti di ogni età e genere, e anche qualcuno che sicuramente non fa Andersen di cognome. Ho visto coi miei occhi qualche mamma in bici con i bimbi nel carretto di legno davanti. Un solo scooter sulle ciclabili, probabilmente un nostro connazionale col culo basso. Nessuna auto parcheggiata non solo sulle ciclabili o sui marciapiedi, ma proprio quasi nessuna auto neppure lungo le strade. Doppia fila? Non scherziamo. Ai semafori, il verde arriva prima per le bici che per le auto. So che sembra incredibile, ma pare che non sia “anti-costituzionale”, in Danimarca. Di fianco al mio albergo c’è una palestra. La gente arriva in bici – niente parcheggio auto multipiano tipo alla Virgin da noi – e molla la bici per strada, davanti alla palestra. Qualcuno la lega, qualcuno neanche. Rastrelliere per le bici poche, che pare che il più grande rischio che uno corra a lasciare la bici per strada sia di ritrovarla per terra dopo una folata di vento. A meno che qualcuno assista alla cosa e ti rimetta la bici in piedi, magari al riparo dal vento (ebbene sì, ho visto anche questo). Mi sa che a Copenhagen è da qualche decennio che eleggono sindaci “vetero-ambientalisti” invece che ladri socialisti, borgomastri leghisti, amministratori di condominio e mafiosi e fascisti assortiti.

Che pena, Milano. Che orrore. Ma davvero: che tristezza.
Domattina devo andare al Bassini a Cinisello Balsamo. Da casa mia non è molto comodo: il sito di ATM dice addirittura 80 minuti di viaggio. Peggio ancora, però:
1) non mi dice che biglietto interurbano devo prendere.
2) anche se me lo dicesse, non so dove comprarlo.
Soluzione: perchè non eliminare i biglietti interurbani di corsa singola (non gli abbonamenti) e creare un “biglietto extra”, distribuito in ogni punto vendita, da timbrare assieme al normale biglietto urbano? (sì, certo, costerebbe un pochino di più a chi viaggia, e meno ad ATM per stamparli: perfetto, no?)
E così, quest’anno la Moda sfila al Castello. A settembre, sempre Moda Donna, si era dovuto fare retro-front: niente Loggia dei Mercanti, che non si può mancare di rispetto a un luogo simbolo della Resistenza. Come una sfilata manchi di rispetto a un luogo, io faccio fatica a capirlo. E perché si possa invece mancare di rispetto agli Sforza, pace all’anima loro, pure. Ma questa è l’Italia, e ho smesso da un pezzo di voler capire le cose. Però mi chiedo: se Rio de Janeiro ha il Sambodromo, allora Milano non dovrebbe costruire il Mododromo? Nelle settimane in cui non verrebbe utilizzato, che sarebbero poi solo 48 all’anno, vi si potrebbero tenere dei corsi non dico per insegnare alle milanesi a sfilare, che sarebbe un po’ troppo, ma almeno a non camminare coi piedi a papera.
Sono passati i tempi dei “grandi piani” urbanistici. Quelli realizzati, come il Pla Cerdà che ha creato l’Eixample a Barcelona, l’espansione della città con criteri razionalistici e permeata di ideologia socialista che tanto ha fatto infuriare la borghesia della città da far loro assoldare Gaudì e altri architetti del Modernisme catalano per dare colore ed eccentrità alle loro case per protestare contro l’ideologia egalitaria, o il Plan Haussmann che ha spazzato via la Parigi medievale – e la possibilità di erigere barricate da parte del popolo – a favore della Parigi dei grandi boulevard.
O quelli agghiaccianti e fortunatamente mai realizzati tipo il Plan Voisin di Le Corbusier, sempre a Parigi, di cui vale sempre la pena leggere e vedere le critiche più forti e decise.
In Brasile, Brasilia non fu l’unico sogno razionalista del Novecento. Per Curitiba, l’urbanista francese Alfred Agache studiò negli anni ’40 una pianta a forma non di aereo, ma di conchiglia.

Curitiba se la cavò: il Plano Agache non venne mai realizzato fino in fondo e il successivo Plano Diretor del 1965, meno dogmatico, fu realizzato in modo pragmatico da Jaime Lerner, partendo da interventi che potessero cambiare davvero la città in meglio, come il sistema di trasporto pubblico.
Diversi anni dopo, Jaime Lerner avrebbe scritto un bel libricino intitolato proprio Acupuntura Urbana. A mio modesto parere, tale sembra essere stata, in questo inizio di 2012, anche AreaC per Milano: un piccolo intervento, tutto sommato, che potrebbe dare il là a grandi cambiamenti. Sperèm!
Tre cose di destra su: “diritto” all’auto e AreaC – taxi – evasione fiscale. Da leggere.
So che non è molto rispettoso parlare di “miracolo”, visto che sarà almeno da settembre che Maran, Pisapia e i tecnici del Comune, di Amat e di ATM lavorano al lancio di Area C. Solo che…
1. dopo quanto avevo visto e sentito a febbraio, parlare di miracolo non mi pare inappropriato.
2. i risultati, complice forse anche il freddo, l’effetto novità, l’aumento del prezzo della benzina e la crisi economica, sono stati davvero al di là di ogni ragionevole previsione. Non solo una riduzione degli ingressi in centro non del 20% ma di oltre il 30%, ma anche meno auto, in media, in giro per la città, automobilisti più tranquilli, ragazzine che tornano a casa da scuola in bici sulla pista ciclabile della circonvallazione della 94 e mezzi pubblici di superficie molto più frequenti e in orario.
E’ solo l’inizio, c’è tantissimo da fare nel resto della città e nelle periferie, meno ingressi del previsto in Area C vuol anche dire meno soldi da reinvestire – ma di sicuro è stato un gran bell’inizio!
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