Sarei curioso di andare a Bucarest, o a Sofia, o a Tirana. Perchè sono convinto che nessun Paese in Europa, o forse al mondo, tiene la piazza antistante l’Università più prestigiosa del Paese nelle condizioni vergognose in cui versa Piazza Leonardo Da Vinci a Milano, di fronte al Politecnico: con l’erba tutta gialla, che nessuno annaffia nulla; con la strada piena di buche; con 3 o 4 tipi diversi di dissuasori contro i parcheggi, di ferro, di cemento, di fogge diverse, molti rotti e lasciati lì lo stesso, quando dovrebbe essere chiaro che di auto in transito o parcheggiate davanti all’Università non dovrebbero essercene del tutto; con un autentico accampamento diurno e notturno (ci sono materassi arrotolati e appesi agli alberi) di extra-comunitari. Che schifo. Che vergogna, Milano.
Anche tralasciando il fatto che io abolirei piuttosto le regioni, non si può. E non perchè non si possano riallocare i compiti delle province o delle regioni, ma perchè i “posti di lavoro” inutili, negli enti locali, nella burocrazia, o i notai tutti, o i commercialisti di cui abbiamo il record pro-capite al mondo perchè fare le dichiarazioni delle tasse è inutilmente troppo complicato, o gli avvocati perchè non ci si può mai difendere da soli (sul diritto del lavoro in Francia sì, per dire) non sono stati creati per caso. Sono stati scientemente creati da un lato come “via italiana al welfare state”, per così dire, e dall’altro, ovviamente, per crearsi serbatoi di voti clientelari e yes-men nella pubblica amministrazione. In Italia le cose che vanno male vanno male per scelta ancora più che per semplice incuria o inerzia. Ed è dura se non impossibile cambiare le cose, perchè questi, ovviamente, adesso hanno “diritto” al “posto di lavoro” anche se non fanno un cazzo o se fanno solo danni, e poi un mutuo da pagare, le rate del SUV e le vacanze dei figli. E vorrai mica far crollare l’economia, vero?
> Vai in biblioteca, che i libri buoni non li vendono più: Nando Dalla Chiesa, Il Giano Bifronte.
Uno dei grandi problemi dell’Italia è che la politica non serve a risolvere i problemi, ma, al contrario, sono i problemi, irrisolti, a servire alla politica, a servire a creare sacche di persone scontente, chi delle tasse, della burocrazia, di Roma, del sud, del nord, degli immigrati, poco importa, e, ovviamente, dall’altra parte chi è scontento di coloro che da 20 anni prendono i voti degli scontenti di cui prima, raccattare voti, e quindi ottenere potere.
Potere che il più delle volte è potere per il potere, potere il cui scopo altro non è che far vedere di avere il potere, insomma. Una roba molto da uomini, se ci pensi. Per non parlare, poi, degli ominicchi il cui scopo è andare in televisione a farsi vedere e vedersi, e idealmente vedersi belli, al Grande Fratello di Floris o di Santoro, e poi pensare che le mignotte che qualcuno procura loro siano interessate al fatto che sono fascinosi, o intelligenti.
Dire che la politica in Italia, almeno quella così cruciale di alto livello e quella così mediatica che vediamo in tivù, è un teatrino squallido e ridicolo popolato da mezze calzette che farebbero fatica a trovare un lavoro qualsiasi e che dovrebbero solo farci tenerezza, se non tenessero nelle loro manine insicure e incapaci il destino di 60 milioni di persone, è davvero il minimo sindacale che si possa dire. Avrei un’idea: e se mettessimo al Governo solo delle donne?
E’ finalmente arrivato il momento di provare ad agganciare il nord fino all’Emilia Romagna o fino a Toscana e Marche al treno della Germania, e di lasciare che il resto del Paese cerchi un proprio e diverso modello di sviluppo?
E’ la domanda che mi sono fatto dopo aver visto un po’ ieri sera in televisione il bravo, serio (anche senza magari essere un genio, che neppure è necessario) e pacatissimo presidente della provincia di Varese della Lega, tale Galli.
E’ una domanda che mi faccio da ormai più di 20 anni – 20 anni in cui avrei comunque piuttosto dovuto trovare di meglio da fare, e di posti migliori in cui andarmene, da quando ho letto La Disunità d’Italia di Giorgio Bocca, nel 1990.
E’ la domanda che mi sono fatto dopo aver letto anche Making Democracy Work di Robert Putnam e Il Sacco del Nord di Luca Ricolfi, americano il primo e torinese il secondo, ma questi ultimi entrambi studiosi chiaramente di sinistra.
E’ una domanda che mi faccio pur senza farmi grandi illusioni, illusioni davvero difficili dopo aver letto anche La Libertà dei Servi di Maurizio Viroli e La Fabbrica dell’Obbedienza di Ermanno Rea, oltre a Ave Mary di Michela Murgia.
E’ una domanda che mi faccio pur sapendo bene che la mafia del nord ormai ha come epicentro Milano, sia quella di importazione, a partire dall’uomo che aveva Mangano come stalliere, sia quella autoctona, di matrice cattolica.
E’ una domanda che mi faccio pur vedendo senza ombra di dubbio che la Lega è un partito di pirla, che se no la secessione sarebbe cosa fatta da 10 anni; e, peggio, di venduti, da 10 e più anni al servizio del Banana.
E’ una domanda che mi faccio pur avendo ben poco in comune con quella larga fetta di popolo del nord che vive per la Mercedes, la villetta coi sette nani in giardino e le vacanze in “ressort all-inklusiv” con cucina italiana.
Ma pur con tutti questi distinguo, rimane una domanda che faccio molta fatica a non farmi.
Sappiamo tutti che in Italia i titoli – fino a dieci anni fa, anche le banconote – non valgono i soldi che sono costati in carta, ma è nondimeno con un certo stupore che ho notato che il panettiere sotto casa, titolare di un bel negozio in cui lavorano lui, la moglie e la cognata, più un paio di persone, immagino, per il forno, è Cavaliere del Lavoro. No, così, solo per dare il giusto peso alle cose.
Chi mi spiega perchè questa pubblicità non venne autorizzata

mentre questa, vista oggi in metrò a Milano, è ok?

Io non li capisco. Cazzo devi comprarti, un’altra borsetta di Gucci, zoccola? E tu, impotente? Un SUV più grande, che compensa? E una villetta più grande, così puoi metterci i 7 nani? Non so tu, ma io se mi guardo in giro per Milano, e più in generale in Italia, penso che non ci serva “più roba”, ma, al contrario, ad esempio meno auto; un Paese più pulito, in tutti i sensi; servizi pubblici migliori; un nuovo patto sociale, nel quale il pubblico venga sia rispettato, sia responsabilizzato (e chi non fa un cazzo, licenziato); un nuovo patto fra le regioni del paese; un nuovo patto fra le generazioni.
Ah, dove sono finiti i liberisti? Il Paese che cresce di più in Europa? La Svezia del welfare state. Seguita dalla Germania e dai Paesi che hanno capito che i tedeschi non sono proprio dei pirla – link.
Perchè, invece di cianciare di inutili “Ministeri per la Semplificazione” da trasferire al Nord, nessuno propone l’abolizione non delle province ma delle regioni, e la trasformazione di tutte le province che lo richiedano in province autonome, come Trento e Bolzano? Le regioni sono un falso storico. Abruzzo e Molise ora sono separate, ma rimangono strani artifici quali l’Emilia-Romagna e il Friuli-VeneziaGiulia, oltre alle due province autonome che formano, per così dire, il Trentino-AltoAdige. Il Veneto non esiste, è solo il retroterra di Venezia, Novara è probabilmente più lombarda di Cremona o Mantova, alla Lombardia è stata data una bandiera regionale, quella con la “rosa camuna” imposta da Roma (quella storica è quella bianca con la croce rossa poi usata dalla Lega prima dei deliri celtici e “padani” del Bossi), la Toscana esiste solo come definizione identitaria contro il resto del Paese, visto che fra di loro si odiano. Ovviamente, tutte province speciali, quindi nessuna speciale: l’unica che ha senso, Bolzano, una simpatica conquista coloniale dell’Italia fascista, che si riunisca pure col resto del Tirolo, se vuole. Perchè non ha nessun senso che prenda soldi in più dallo Stato Trento, la provincia storicamente più favorevole di tutte – l’unica, forse – all’unità d’Italia, o Aosta, quando è di sicuro più simile al francese il milanese che quella roba che parlano in Val d’Aosta! Idem per il Friuli Venezia Giulia, che non si capisce bene perchè debba avere dignità di lingua il friulano se non ne ha altrettanta il veneto – anzi, il veneziano! – una lingua che si parlava in tutto il Mediterraneo orientale, con una propria letteratura e in cui sono stati scritti per secoli e secoli trattati di pace…
Leggo su Il Fatto i numeri della Torino-Lione, e rimango allibito: 57 km di tunnel; progetto del 1993, quando i passeggeri erano un milione e mezzo e la previsione per il 2002 era di 8.5 milioni (!), mentre oggi i passeggeri sono 750 mila; 2,4 milioni di tonnellate di merci trasportate, o meno di un quarto della capacità della linea, e in calo costante, come pure è in calo costante anche il trasporto su gomma sulla stessa tratta; progetto che dovrebbe partire entro il 2013 per la parte da Susa verso la Francia (ovvero 20 anni dopo il progetto) e che dovrebbe essere consegnato entro il 2023; la parte francese del tunnel invece dovrà essere operativa entro il 2035 (probabilmente, i francesi conoscono i nostri tempi). Costo: 14 miliardi di Euro per la parte da Susa verso la Francia, e altri 5 da Torino a Susa. Piccola nota: i costi della AV Roma-Firenze sono risultati essere alla fine 6 volte più cari del previsto, e quelli della Torino-Milano, 5 volte più cari. Leggo anche, sulla stessa pagina, che oltre al famoso “corridoio” Lisbona-Kiev, ne è previsto un altro chiamato “corridoio dei due mari” fra Genova e Rotterdam. La verità pura e semplice è che questa gente prende droga di cattiva qualità.
Torino-Venezia: bene. Milano-Napoli: bene. Per il resto, secondo me le Ferrovie dello Stato dovrebbero occuparsi dei treni dei pendolari, di ripristinare i vecchi treni InterCity ai vecchi prezzi e di istituire un servizio di car-sharing serio presso tutte le stazioni come stanno iniziando a fare le Ferrovie Nord, invece di menare il torrone con un’idea di “modernità” che sa tanto di anni ’50…
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