L’articolo sui fan in vendita che Marco è riuscito a far uscire sul Corriere è un’altra occasione persa di fare nomi e cognomi. E sì che sarebbe stato semplice: sarebbe bastato creare un algoritmo tipo quello di Klouchebag che ti dice quanto sono dei douchebag i tuoi amici (o i vari consulenti di twitter) per dirti che percentuale dei follower di ciascuna azienda sono probabilmente falsi. In due giorni di lavoro si fa. Coraggio, invece di continuare a cianciare di startup e VC e cazzate varie.
apdeit
Il Confuso ha le idee molto chiare su questo tema. Mi dice che l’algoritmo deve fare un conto semplice…
IF < follower di azienda > ha meno di 3 follower e ha twittato una volta sola un secolo fa o mai
THEN < agenzia di social markettin > ha inculato < azienda >
sì, “abbiamo Twitter”. Quanto siamo duepuntozero. Raramente rispondiamo alle email, e spesso invece paghiamo per false recensioni positive sui blog, ma twittiamo coi clienti. Se sei proprio fighissimo, usavi anche cotweet. Che ora è parte di un’azienda che si chiama ExactTarget…
Quelli che Internet è un diritto universale dell’uomo, e Internet deve vincere il Nobel per la Pace, e la (non) Rivoluzione in Iran è stata via Twitter (dalla California e in inglese, però), e Milano, una città dove i soldi delle tasse vanno o in Svizzera, quelle evase, o al Sud, quelle pagate, e le aiuole sono “sponsorizzate” dalle aziende, tanto siamo con le pezze al culo, deve avere il wifi gratuito ovunque in città perchè “aiuta la classe creativa”, oppure perché “è un motore di mobilità sociale” (?*!) e inoltre fanno così anche a (inserisci Città-x) (da nessuna parte, che io sappia), quelli che Twitter è fondamentale per la sua azienda, tanto quanto qualche anno fa lo era Second Life, e sì, fondamentale anche se non rispondete mai alle email, che di solito vi fate stampare dalla segretaria — sono gli stessi che ti dicono: “sì, ho letto la sua email”, e vorrebbero aggiungere: “solo che non avevo il suo numero di fax per risponderle”. Oh, Italia! Paese di pirla, come si farebbe senza di te! ;-)
Non esiste e non può esistere, ci dice Malcolm Gladwell. Di sicuro non c’è stata in Iran, che i tweet erano tutti in inglese e non in farsi e arrivavano dalla California. Ma c’è di peggio. Twitter opera censure. Pare che abbiano eliminato dalle classifiche l’hashtag #GodIsNotGreat, salito in seguito alla scomparsa di Christopher Hitchens, autore di un libro con quel titolo, perché i creduloni cristiani americani si sono messi a protestare e a minacciare violenze. Come in Iran, quello sì. Tali e quali.
Se la tua azienda usa twitter ma non risponde alle email, secondo me dovresti licenziare il responsabile marketing. Sta facendosi pubblicità con i tuoi soldi.
[prova, prova-a-a]
Presenza sul web
idealmente, si dovrebbe cercare di essere presenti sul web ma capendo lo spazio in cui si sta operando e le sue regole, dare prima di chiedere, rispondere alla email di curiosi e clienti, offrire servizi e/o contenuti e punti di vista interessanti sul proprio sito e poi magari vendere.
Nei fatti, più spesso ci si comporta come gli arroganti ultimi arrivati che non capiscono nè lo strumento nè l’ambiente, e che vorrebbero solo vendere e senza seguire le regole di questo nuovo ambiente e senza offrire nulla a nessuno. Stranamente, spesso non si raccoglie molta simpatia.
Parlano di voi
anche se non siete presenti sul web – sempre meglio dirlo, per quanto possa sembrare ovvio. Idealmente, si capisce che è una grande opportunità di ascoltare e capire cosa dicono di sè i propri clienti, fare una analisi di mercato vera (e gratis), conversare con i propri clienti e aprire l’azienda al mercato e lasciare che anche i dipendenti possano parlare con i clienti senza eccessivi filtri.
Nei fatti, più spesso si fa di tutto per confondere le acque, pagare falsi post positivi e far finta che tutto vada bene. Come in tutti i processi di propaganda e mistificazione, dalla pubblicità in avanti, anche qui è tutto top down, parla solo il “responsabile della comunicazione” e spesso addirittura ci si sceglie una agenzia esterna, pur di non abbandonare i filtri e gli artifici a cui si è abituati.
Social media (vogliamo far finta di essere amati)
idealmente, l’azienda cercherà di essere utile, aperta al dialogo e interessante, e verrà premiata per questo sforzo, seguita in quanto opinion leader del proprio segmento di mercato (ma per davvero, non solo come da comunicato stampa!) e linkata. Più spesso, l’azienda non farà nulla di interessante, non si aprirà al web, userà Twitter in modalità top-down e addirittura in outsourcing per linkare a comunicati stampa anni ’50 che non interessano a nessuno e pagherà per falsi fan su Facebook pur di illudersi ancora una volta che tutto va bene e che si può continuare a fare come 30 anni fa.
Ma mai nessuna strampalata come questa di Vincenzo. Da dove inizio? vediamo: chi ha detto che la maturità è a circa 1 miliardo di utenti? Tre anni fa dove l’avremmo messa? Chi ha detto che tutti i servizi possano o debbano diventare tutti di massa quanto Facebook? Come è possibile non capire che LinkedIn, un network professionale, non potrà mai farlo, o che è esattamente per questo motivo – per poter diventare di massa – che hanno aperto Facebook anche a chi studente universitario non lo era più o non lo era mai stato? Davvero Orkut e MySpace sono ancora “da early adopters”, e non servizi morti e stramorti? Friendfeed é addirittura da “innovators”? (sì, da “innovators italiani” ;-)

Non esistono “i social media”. Esistono due web: uno aperto, dove la guida per trovare quello che cerchi è Google, e uno recintato, su Facebook. Twitter è poco più di un sistema di condivisione di link con brevi notazioni, una variante distribuita invece che centralizzata, se vuoi, dei vari delicious, reddit e digg, uno dei tanti strumenti che popolano il primo dei due web, in larga parte aperto e usabile da Google. E già che ci siamo: il real-time search è poco più di una pippa mentale di nicchia.
A volta mi chiedo: ma in quale iperuranio vivono coloro che ancora parlano di “social media”?
Twitter, sì, sai, quella roba lì inutile in cui hanno investito già diverse centinaia di milioni di dollari senza ricavare nulla ottiene un altro finanziamento da 800 milioni di dollari. Ma siamo impazziti?
No, non quelli su quanti user, quante celebrity, quanti tweet, quante nuove rivoluzioni via twitter. Quella roba lì la vedi già in meravigliose infografiche duepuntozero. No, i numeri veri. I soldi. Dunque: diciamo 1 milione di search al giorno, un super ottimista 10% di click sulle pubblicità (ovviamente non ci sono pubblicità su neppure la metà delle ricerche) e 10 centesimi a click: stiamo parlando di 10.000 dollari al giorno, o 3.65 milioni all’anno. I numeri sono migliori? Può ben essere. Dieci volte migliori? Venti? Trenta? Cento milioni di dollari all’anno? Quanti dipendenti hanno? 200 o 300? A 100 o 150 mila dollari di costo totale medio per dipendente? Da 20 a 45 milioni di dollari di spese, insomma? Sono numeri che giustificano un investimento in VC di 200 milioni di dollari? Io ho i miei dubbi. E tu?
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