Il post a cui mi riferisco, ovviamente, è quello di Marco. A mio modesto parere non sono gli utenti che vanno spronati a mangiare solo marroni canditi italiani. Sarebbe più che sufficiente che fossero meno esterofile le aziende e i giornali italiani. Due esempi su tutti: Alice ha stretto accordi per i canali piccoli annunci e video con due società francesi, Vivastreet e Daily Motion. Non c’era modo di farlo con qualcuno in Italia? Forse sì, forse no. E la colpa, ammesso e non concesso che di colpa si possa parlare, non è solo loro, ma anche degli attori italiani che non sono stati propositivi abbastanza o che sono arrivati in ritardo. Secondo esempio: a leggere i giornali e a sentire le radio, sembra che a livello di siti di comunità e personal publishing esista solo MySpace. Non c’è nulla di italiano di cui si potrebbe parlare, per una volta? Ma, si sa, siamo il popolo più esterofilo del mondo, quindi…
Sei un esperto di raccomandazioni? Se sei un esperto di raccomandazioni all’italiana, lasciami la tua email nei commenti, che non si sa mai, potrebbe sempre venir utile ;-)
Se, viceversa, hai sempre pensato di essere più bravo tu di Amazon a capire cosa vuole davvero leggere chi ha comprato i libri x e y e li ha giudicati bene o male e poi è stato anche sulle pagine dei libri q e z, questa è l’occasione che fa per te – anche se si tratta di film. Il gigante americano dell’affitto di dvd via posta Netflix ha infatti deciso di dare un premio da un milione di dollari a chi è in grado di migliorare il loro algoritmo di almeno il 10%. Più info: Netflix Prize.
Tra l’altro, Netflix o non Netflix, questo è di sicuro un campo molto interessante, perchè di solito gli utenti – e ancor più gli utonti – hanno bisogno di una mano per scoprire cosa interessa loro lungo la lunghissima la Long Tail, perchè avere 100,000 dvd non è necessariamente meglio che averne 5,000, se non mi vengono forniti degli strumenti per capire cosa potrebbe interessarmi. Alice, ad esempio, avrà sicuramente bisogno di un’applicazione del genere, e fatta bene, anche, se davvero vogliono diventare una media company. Oddio, a dire il vero un anno fa hanno detto di voler diventare il nuovo Blockbuster (che sta fallendo) e non il Netflix italiano…
In principio fu la SIP. Poi un bel giorno arriva il momento della privatizzazione. Invece di dire semplicemente che lo Stato ha bisogno di soldi per coprire gli sprechi passati (e presenti), si dice che è un grande passo in avanti, perchè, come noto, privato uguale bene, mentre pubblico uguale male. Il fatto che una rete che non è replicabile per problemi di costi e di autorizzazioni e che era stata costruita col lavoro di decenni e coi soldi di tutti venga data in mano a un privato, ovvero la peggior soluzione possibile, viene dipinto come il trionfo del libero mercato.
Il caso di Telecom, poi, è ancora peggio di quello delle autostrade, perchè quella stessa rete dovrà essere utilizzata anche da altri. Siamo, infatti, davvero fortunati: oltre alla privatizzazione arriva anche la liberalizzazione e la concorrenza. Arrivano, cioè, attori che vorranno fare concorrenza a Telecom ma che saranno dipendenti da Telecom stessa per l’uso della rete. Pensare di costituire due società separate, una proprietaria della rete e l’altra del parco clienti era troppo difficile, eh? Ma fra poco ci arrivano i privati. Mica per niente sono dei grandi manager.
Lo Stato vende; e chi compra quanti soldi ci mette? Tanti, pochi, il giusto? Non lo so, non sono certamente in grado di giudicare. Di sicuro, però, chi compra, i soldi non li mette di tasca propria. Sono i famosi capitalisti senza capitali. Creano una società apposta che si indebita alla grande chiedendo dei prestiti alle banche per comprare Telecom. Poi, fonde le due società e accolla il debito a chi, colpevolmente, si è lasciato comprare. E questa cosa in Italia non succede una volta sola, ma addirittura due volte. E chissà, magari davvero non c’è due senza tre…
Più di recente, assistiamo ad altre mosse simpatiche: prima incorporano TIM; poi la scorporano e la vogliono vendere; ora invece dicono di no. Ma la strategia industriale chi la fa, da quelle parti? In compenso, pare che abbiano deciso di vendere la rete fissa. Non so se esclamare: finalmente! – oppure chiedere: a chi? Sono sorpreso: davvero sono disposti a rinunciare all’indebito vantaggio competitivo di cui hanno goduto in tutti questi anni rispetto alle altre telecom loro competitor? E mi chiedo: non è che vogliono per caso uscire del tutto dalla telefonia?
No, tu ridi, ma qualcosa di simile è già successo. Francia, fin de siècle. L’ultimo. Gli anni della New Economy, insomma. Alla guida della Compagnie Générale des Eaux, una società creata per decreto imperiale da Napoleone III un secolo e mezzo prima per portare acqua potabile alle città e da irrigazione alle campagne, arriva Jean Marie Messier, un manager insolitamente giovane e insolitamente (troppo) rampante per una posizione del genere. Questi, trovando il business troppo poco cool, decide di trasformare la società in un gigante dei media e dell’entertainment…
And the rest is history, si potrebbe dire.
Ora, un anno fa circa Telecom Italia ha annunciato che, anche se già cresciutello – continua a venirmi in mente il volto scavato del pescatore, ovviamente – Virgilio sarebbe stato ribattezzato Alice, come l’Adsl. Nella stessa occasione, lo IAB Forum del 2005, se non ricordo male, hanno raccontato di voler diventare come Blockbuster. Spero di no, ovviamente. Ma se fosse non solo Virgilio che diventa Alice, ma tutta Telecom Italia? Non più una telefonica, che è un business molto vecchio, ma una nuova società media. E poi non dire che non te l’avevo detto…
comments