Non andare in Brasile. Vai a Rio. Non in novembre e dicembre, che piove sempre, e non adesso, che oltre a piovere sempre sembra Gaza. Dopo qualche giorno, quando sarai stanco, per il viaggio, il fuso orario, la ressa e il fatto di dover essere sempre molto attento a possibili pericoli, prendi un autobus e vattene in un posto tranquillo fuori Rio, al mare, in montagna, in una fazenda di caffè, dove vuoi. Poi torna a Rio, e repeat.
Se vuoi vedere anche un’altra città, vai tre giorni a Salvador. Vai a visitare una scuola (seria) di capoeira e fatti portare (in taxi!) nei posti dove suonano musica dal vivo. Se ti interessano le buffonate, fatti portare anche a una cerimonia di candomblé.
Se vuoi solo andare al mare, prendi un volo diretto dall’Italia per un qualunque posto del nord-est, fermati un giorno a dare un’occhiata alla città, poi prendi un autobus per 2 ore lungo la costa a nord o sud verso un qualunque posto piccolo e isolato al mare.
Se sei un vero viaggiatore, parli un po’ di portoghese e non hai problemi a fare mille vaccini: foresta amazzonica e nord del Paese: Manaus, Belem, Sao Luis. E il sud del Brasile? E perchè mai? Già che ci sei, molto meglio andare a Buenos Aires.
Trovo incredibile e ridicolo – ma per nulla sorprendente – che quando si parla di “Internet e Milano” tutti pensino praticamente solo a una roba, il wifi gratis per tutti, col quale forse puoi diventare sindaco di un bar su facebook, ma è meno probabile che tu riesca a diventare sindaco di Milano, che non è detto che serva, che costa troppo fare in maniera top-down, che è dubbio che debba essere compito di una amministrazione cittadina fornire, e tanto più dubbio in un Paese che ha venduto a privati le autostrade e le telco.
E nessuno, invece, che reclami che vengano messi online i programmi di governo e i nomi dei futuri assessori, e una piena trasparenza sui piani, sui compiti, sulle responsabilità, sui costi etc. O nessuno che dica che il wifi va messo sugli autobus, comodi, e non da socialismo reale, coi quali bisognerà portare in città i pendolari, e magari anche passare una legge che obblighi i datori di lavoro a lasciare che i propri dipendenti possano lavorare 30 minuti delle 8 ore giornaliere sull’autobus la mattina mentre vanno in ufficio.
Ma, si sa, in Italia le politiche (policies) sono solo politica (politics), e il discorso è sempre e solo identitario e di appartenenza, di un noi contro loro che dura da 500 anni, e adesso pare che ci sia ormai anche la lobby di internet, insomma, sì, i blogger coglioni del web duepuntozero che in cambio del tramezzino virtuale di una promessa di free wifi per tutti (as in free beer) scriveranno qualcosa sui loro piccoli diari a favore del tuo candidato. E magari diventeranno anche fan sulla tua pagina su Facebook, e allora sì che…
Sta per concludersi il mio periodo di studio e osservazione a Curitiba, la cosiddetta città-modello del Brasile. Indubbiamente, la città ha fatto cose interessanti: a partire già dagli anni ’70 ha creato un sistema di autobus veloci (BRT); ha molti programmi sociali, aiuti per i poveri (le favelas sono poche e sotto controllo, e la città sicura, se non fosse per il crack), attenzione per gli handicappati, molti parchi nuovi fuori città, un istituto di ben 200 persone che pensa al futuro della città, un’amministrazione pubblica che sembra aperta ed efficiente e fin troppo marketing della città stessa.
Ora, i lati negativi: la strada centrale dello shopping, rua XV Novembro, pedonalizzata nel 1972, non è più il centro commerciale della città, e di sera è piena di persone poco raccomandabili; gli autobus sono buoni ma non eccellenti, e chi può va in macchina; vi sono un milione di automobili per 1,7 milioni di abitanti; vi sono 30 (trenta) shopping center con parcheggi nella città; il piano urbanistico della città ha creato distorsioni, e spinge sempre più fuori i nuovi arrivati poveri, con un notevole aggravio sul sistema degli autobus, a tariffa unica anche per chi è 30 km fuori dalla città.
I parchi sono fuori città, e così pure le piste ciclabili; le bici sono viste come una cosa un po’ stravagante da neo-hippie o fighetti e utili solo per il sabato e la domenica; il principale fiume della città, il Belem, sembra il Lambro – e almeno nessuno premia Milano come capitale ecologica del mondo! Più in generale, gli interventi degli ultimi anni sembrano aver perso di vista l’idea di trasformare la città, e pensano più al marketing della città stessa e a vincere premi, che fare cose nuove, spesso legate alla cultura, è molto più facile che mettere a posto le cose che non funzionano in città.
Lezioni per Milano? Milano è, almeno potenzialmente, messa meglio sotto molti punti di vista, dalla ricchezza prodotta, alle dimensioni molto più contenute della città, al fatto che è piatta e senza colline, fino al fatto che è tuttora piena di negozi e negozietti e non ha, per fortuna, quegli enormi obbrori chiamati shopping mall almeno in città. Purtroppo, sono spesso proprio i commercianti a non capire che fino a quando regnano le auto, la gente andrà a fare la spesa nei posti grandi e fuori città con parcheggio, e la deriva lenta ma inesorabile di una città ostaggio delle automobili proseguirà…
Come si fa a costruire un programma forte e inclusivo per vincere delle elezioni?
L’idea tipica della sinistra italiana mi sembra purtroppo quella di prendere le difese di qualunque gruppo appaia loro svantaggiato e meritevole di tutela, tutela spesso concessa dall’altro, dall’alto della loro idea di essere nel giusto, e migliori degli altri, fino ad arrivare agli eccessi assolutamente ridicoli del gioire perchè, a seconda di quello che ogni Paese può fare, Obama nomina una trans oppure Luxuria vince L’Isola dei famosi (o va in Parlamento, scelta dall’alto da un partito e non dal televoto, il che vale ancora meno).
A seconda degli elettori e del clima politico più o meno becero e radicalizzato, la forzata inclusione o tutela di queste persone può suscitare ilarità, spallucce, una vaga simpatia o, forse più spesso, una forte opposizione. Raramente questo tipo di processo politico fortemente identitario genera passione, se non a livello di Primarie dove i numeri sono piccoli e vanno a votare solo coloro che sono più appassionati. Per includere a tutti i costi e ostentare questa inclusione, va a finire che si divide e che si fa il gioco degli avversari.
Viceversa, ci si dovrebbe chiedere: esistono problemi – e possibili soluzioni a questi problemi – a cui nessuno sta pensando e che potrebbero cambiare le regole del gioco, perchè questi problemi, idee e possibili soluzioni questi sì che potrebbero suscitare entusiasmo presso una parte consistente e trasversale dell’elettorato, andando a cercare non appoggi politici e pacchetti di voti presso i partiti, ma direttamente dagli elettori? Quali potrebbero essere questi problemi e questi temi in una città come Milano?
Quindi, Facebook ha deciso che i messaggi verranno divisi in tre cartelle: queli degli amici; quelli della tua banca e altre cose importanti che non so perchè mai dovrei tenere su Facebook; e lo spam delle aziende.
A questo punto, quasi quasi vale la pena di prendere una dose di SocialSavin: crei il tuo social network privato, spendi decine di Euro per “consumatore” che si iscrive, lo inondi con spam che non leggerà mai…
Oppure, vedi di essere interessante.
Non so come – e dove: in centro? – Pisapia abbia vinto. E’ stato bravo, ma non si può fare a meno di sottolineare che quelli del PD sono delle pippe, e di ricordarsi che 30.000 voti sono poca roba rispetto a quelli che serviranno per vincere a maggio.
Oggi si apre un’altra gara. Come la si vince? Secondo me, certo non continuando a dire che si è pro-rom e a favore di un registro per le coppie di fatto. E’ evidente che Milano non può fermarsi – o dividersi – per trovare una casa a 25 famiglie rom italiane.
E’ evidente che se Torino o Padova hanno un registro per le coppie di fatto, lo deve avere anche Milano, indipendentamente dal fatto che serva a qualcosa oppure no. Ma questi temi possono contare per centomila elettori, non per un milione.
Ora serve un progetto per Milano che sia fatto di mobilità sostenibile, di centro, di periferie e di area metropolitana e di maggior indipendenza economica e fiscale per Milano. Serve un progetto per una città che funzioni, più che un progetto “di sinistra”.
Perchè il progetto “di destra” della Moratti è stato di non fare nulla, e a questo non-progetto va contrapposta l’idea di una città diversa e migliore e più efficiente e che funzioni, a iniziare dal traffico, con tanto di ticket e tassa sul traffico privato.
Non sarà facile, ma o si riesce a dimostrare a Milano che il pubblico, in particolare il trasposto pubblico, visto che della sanità si occupa la regione, è più efficiente e più intelligente e migliore in ogni modo del privato, oppure è una gara persa.
E assolutamente l’ultima cosa che serve, in questo momento, è essere dei “moderati”. In altre parole: Pisapia, dicci qualcosa di sinistra! Ma non le solite cose. Dicci che fino a quando votiamo la moglie di un petroliere, non si può cambiare la città!
E ha perso il PD milanese. Spero che Boeri vorrà aiutare Pisapia. Il PD, non so.
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