Bertone applaude?
14 febbraio 2008 ore 16:45 | Commenti: 6 CommentiPer San valentino, l’Arabia Saudita vieta il colore rosso. E non solo: imprigiona i blogger.
Tu ringrazia che nella fetta di mondo in cui vivi l’illuminismo prima e i commerci e la rivoluzione industriale poi hanno fatto perdere alla chiesa tanto, ma per fortuna proprio tanto potere.
Critichi il qualunquismo politico e poi fai del qualunquismo religioso…….
odio quella parola, qualunquismo. quando ti accusano di qualunquismo, metà delle volte vuol dire che hai detto qualcosa di buono.
l’altra metà pero..vuol dire che..
cmq questa volta mi trovo in pieno accordo con il post
red
Stavolta sì, hai proprio ragione e vale davvero la pena di far notare certe cose, soprattutto in un questo momento in cui per tolleranza si tollera l’intolleranza…
Chiedo scusa ma non ho tempo di dirlo meglio.
D’accordo sugli effetti della rivoluzione industriale, ma non sul commercio.
Se pensiamo alla storia europea, ci viene in mente l’Olanda, un paese liberale sul piano delle idee e fra i più aperti al commercio, dove Cartesio fu costretto a rifugiarsi per lavorare in santa pace.
Ma oggi l’apertura ai commerci segue logiche politiche ed economiche, non culturali.
Se andiamo a vedere l’Overall Restrictiveness Trade Index per diversi paesi, vediamo che l’Arabia Saudita ha un indice di 10,6, praticamente uguale quello degli Usa (7,8) e dell’Australia (10,1). Brasile e India, ad esempio, sono più chiusi: 23,5 e 24,2 rispettivamente, mentra la Moldavia è addirittura a 6,8 – ma chi glielo ha fatto fare? – (IMF, Global Monitoring Report 2006, pp. 240-1).
Del resto, basta pensare a quello che si è detto in anni recenti a proposito del commercio con la Cina: all’inizio degli anni ‘90 si affermava che l’apertura della Cina al commercio avrebbe aperto il paese e portato a una maggiore democrazia.
Oggi, anche se non lo si può dire, sembra che sia avvenuto il contrario, cioè la dipendenza occidentale dalla Cina – che, ricordiamolo, importa inflazione ed esporta deflazione – ha fatto sì che certi temi non possano essere toccati.
Per esempio, in Italia fino a una decina di anni fa, i giornali non potevano parlare del Tibet e ancora adesso non possono farlo in piena libertà. Tutto questo in omaggio agli interessi commerciali dei grandi gruppi.
Credo che alla questione se il commercio porta a una maggiore libertà politica non si possa dare una risposta generale, valida per tutti i tempi e le situazioni.
Ciao Armando, dura parlare di queste cose nei commenti di un blog. Però io mi riferivo ai secoli passati, quando il dio più pericoloso di tutti e da portare giù dal piedistallo era quello che aveva fatto qualcuno dice addirittura milioni di morti nel ‘600 con l’Inquisizione (Santa, ovviamente) fra eretici, omosessuali, streghe e via dicendo.
Oggi, se chiedi a me ci sono pochi dubbi che il capitalismo stia mangiando sé stesso e che i ‘brand’ e il consumismo si siano sostituiti o almeno affiancati, anche nelle conseguenze negative che hanno sul mondo, alla vecchia religione. Non avrai altro brand al di fuori di me, mi sembra ogni tanto di sentir dire in questo mondo…