La morte del CD

Riconoscendo che il modello attuale in cui solo gli album che vendono milioni di copie possono arrivare al break even, Warner prova a lanciare una e-label per i nuovi artisti che potranno rilasciare anche solamente da 3 a 5 brani per volta e vedere come va. Già, vedremo come va.
Io sto nome, Bronfman, l’ho già sentito. Ah, sì, ecco! E’ l’ex capo di Seagram, quello che ha detto che the combination (di Vivendi – che prima della niu economi di Jean Marie Messier si chiamava Générale des Eaux e, creata da Napoleone, si occupava di acquedotti, fogne etc. – e di Universal Studios e Polygram Records, ai tempi di proprietà di Seagram) era an extraordinary combination of assets that would produce extraordinary shareholder growth. Già, proprio così, un crac peggio addirittura di AOL-TW (per gli amici : TDCRC = Titanic Deck Chair Rearrangement Corporation). Grazie BBC. Cazzo, proprio vero che i peggiori non si riesce mai a levarseli dai coglioni…

26 agosto 2005 -- 4 commenti

4 Commenti

  1. 1 delio said at 09:53 on agosto 26th, 2005:

    di grazia, e chi l´ha detto che “solo gli album che vendono milioni di copie possono arrivare al break even”? se così fosse, come farebbero a mantenersi tutte le etichette indipendenti, anche di dimensioni medio-grandi (la sub pop di seattle, per dirne una) ma che mai venderanno milioni di copie dello stesso disco?
    diciamo che la cosa vale se si spendono miliardi per mettere sotto contratto superstar decotte – insomma, il modello u2.

  2. 2 Massimo Moruzzi said at 09:58 on agosto 26th, 2005:

    mi sto riferendo alle Major, ovviamente. se uno non fa un patto col diavolo e rimane con una etichetta indipendente, bastano molte meno copie. se uno vendesse direttamente, forse ne potrebbero bstare poche migliaia. “Only 4 percent of records ever sold enough copies to break even” – page 115, The Future of Music.

  3. 3 delio said at 10:42 on agosto 26th, 2005:

    scusa massimo, ma continuo a non capire. nel post mi sembra che tu ti riferisca alle case discografiche, e che per break even ti riferisca al guadagno di una quantità di soldi sufficiente a ricoprire tutte le spese sostenute per produrre quel cd. poi invece nel commento scrivi “se uno [...] rimane con una etichetta indipendente, bastano molte meno copie”. quindi mi sembra che sposti la prospettiva sull´artista. e cosa significherebbe “break even” per un artista, scusa?
    e comunque, anche riferendosi alle major il discorso sui milioni di copie vendute secondo me non vale; tant´è che in italia il disco d´oro, segno di un buon successo (suppongo anche economico), viene dato non appena vendute le prime 50000 (cinquantamila) copie: 950000 in meno di un milione, mi sembra.

  4. 4 Massimo Moruzzi said at 12:31 on agosto 26th, 2005:

    pare che solo il 4% degli album di tutti i tempi prodotti dalle major siano arrivati al break even. quanti di questi album avranno mai fruttato qualcosa agli artisti, considerato anche i contratti di tipo “schiavista” con cui sono spesso legati alla case discografiche? a un’etichetta indipendente bastano molti meno album venduti, visto che hanno meno costi inutili (gente di mktg e spese di mktg etc.) e quindi anche con meno copie vendute può essere che un artista riesca a portare a casa qualcosa. Non c’è, per come la vedo io, un break even per l’artista – ma spesso un artista non vede letteralmente una lira dalla sua casa discografica fino magari al secondo o terzo album… Quanto al disco d’oro italiano… beh… lo danno a 50 mila copie perchè se lo dessero al milione di copie, ne avrebbero dati forse un paio negli ultimi 50 anni…


Inserisci un commento